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lunedì 19 aprile 2010

Prospettive sui Consigli, la gestione operaia, e la Sinistra tedesca (1974), di Pierre Guillaume

La costituzione della classe in Consigli dimostra che essa si organizza su obiettivi propri, ma non dice niente sulla natura di questi obiettivi, né sulle divisioni che possono esistere all'interno di questa classe. Tutti i problemi della rivoluzione tedesca ruotarono attorno a questo fatto, che determinò tutte le sue fluttuazioni. Man mano che la frazione più intelligente degli ufficiali comprendeva occorreva accordare la pace per salvare ciò che considerava l'essenziale, e a partire dal momento in cui la socialdemocrazia aderì alla pace, la maggior parte del movimento ricadde. Ma, fin dall'inizio, la rivoluzione tedesca fu più che un movimento per la pace: in effetti, se i primi Consigli furono Consigli di soldati, esisteva da diversi anni nelle fabbriche ciò che si chiamava l'organizzazione dei "fiduciari", cioè delegati operai, coordinati di fabbrica in fabbrica, che lottavano contro il supersfruttamento dovuto alla guerra, su posizioni assai più "classiste" ed economiche dei Consigli dei soldati. Il movimento dei Consigli dei soldati si coordinò, e apparve un'organizzazione di Consigli di operai e soldati in tutta la Germania, basata principalmente sui Consigli di fabbrica. D'altra parte, la pace creò in Germania una situazione economica assolutamente mostruosa, largamente aggravata dalla politica della Francia e delle altre potenze vittoriose. Oltre al problema della pace, la rivoluzione tedesca si articolò dunque su delle rivendicazioni proletarie che culminarono in scioperi e insurrezioni. Ogni volta si vide lo stesso meccanismo mettersi in azione. Quando il capitale si mostrava incapace di soddisfare delle rivendicazioni elementari, i rivoluzionari - gli elementi più radicali - erano portati alla testa del movimento, ma, dacché una parte di queste rivendicazioni erano soddisfatte, il movimento ricadeva. Malgrado la presenza di minoranze radicali un po' dappertutto, esso non fu mai capace di unificarsi in una prospettiva nazionale e internazionale, tanto più che la Germania era ancora mal unificata (l'unificazione del 1871 aveva lasciato sussistere le dinastie locali in Baviera, in Prussia eccetera, che furono rovesciate solo nel 1918). Si assistette a esplosioni e a sconfitte separate, regione per regione, provocate d'altronde dalla classe dominante, senza dubbio la più intelligente del mondo. I rivoluzionari analizzarono queste esperienze; e si può dire che conobbero tutte le forme possibili di controrivoluzione, il che costituisce la straordinaria ricchezza della Sinistra tedesca. In particolare, essi furono i primi a vedere che la crisi economica, fino ad allora considerata dai rivoluzionari come il precursore della rivoluzione, poteva essere un'arma manipolata dalla controrivoluzione. Per esempio, la borghesia tedesca seppe utilizzare le possibilità restanti di aggravare o ridurre l'ampiezza della crisi economica per separare differenti strati all'interno del proletariato, e in particolare per suscitare una divisione fondamentale tra i disoccupati e gli occupati. Fece schiacciare il movimento rivoluzionario dei disoccupati (che non potevano trovare soluzioni pratiche alla loro situazione se non in un esito rivoluzionario) dagli operai organizzati - talvolta nei sindacati, ma anche nei Consigli operai -, che avevano, loro, almeno un lavoro e un salario. In generale, la rivoluzione tedesca, al contrario di quella russa, è la sola a essere realmente istruttiva per la comprensione della rivoluzione moderna. Ormai se ne può conoscere la storia attraverso gli studi e i documenti che cominciano ad apparire. Ma l'essenziale è vedere quel che ne è restato, ed estrarre ciò che essa ancora significa d'importante per noi.
Uno degli aspetti più notevoli è che la rivoluzione tedesca fu fatta sulla parola d'ordine: "Usciamo dai sindacati!". Mentre nessuno si era autonomizzato rispetto ai sindacati e alla socialdemocrazia prima della guerra, le organizzazioni ultrasinistre raggrupparono centinaia di migliaia e persino milioni di lavoratori su posizioni rivoluzionarie. Le organizzazioni politiche quali il KAPD(1) furono in certi momenti strutture di massa più potenti del Partito Comunista legato all'Internazionale Comunista.
Da una parte, i sindacati si erano completamente integrati alla guerra, come d'altronde negli altri Paesi, a gradi diversi. Luddendorff doveva rendere loro omaggio dichiarando che giammai lo sforzo bellico sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei sindacati e del Partito Socialdemocratico. Dall'altra, i comunisti di sinistra non raccomandavano di uscire dai sindacati per formarne altri. Questa parola d'ordine corrispondeva a un rifiuto totale delle forme sindacali di organizzazione, e si accompagnava alla creazione pratica da parte del proletariato di organismi assai differenti: le "Unioni" controllate alla base. Una delle acquisizioni di questo periodo è del resto il rigetto della separazione tra organizzazioni politiche ed economiche (partito/sindacato). All'inizio esistevano parallelamente il KAPD e l'AAU(2), che raggruppava le Unioni operaie nelle imprese. Ben presto, questa dualità fu respinta a favore di una forma di organizzazione cosiddetta "unitaria", ove non c'era più alcuna distinzione tra l'organo-partito politico e l'organo-lotta economica. La nascita di questo tipo di organizzazione (che si coordinava nell'AAU-E)(3) non era il frutto della volontà o della propaganda. Quando il proletariato è di fronte a compiti rivoluzionari, questa separazione cade da sé. Il solo fatto che ci si possa porre il problema di una differenza tra organo politico (che difende la prospettiva a lungo termine e che lotta per il potere), e organo economico (che lotta per degli obiettivi limitati), prova che la tappa in cui è allora il proletariato non è rivoluzionaria. Del resto, la rivoluzione comunista include per definizione la distruzione dell'economia e della politica, e dunque dell'economico e del politico, come domini specializzati e separati.
I gruppi come il KAPD fecero fin dall'inizio un'analisi profondamente giusta della Russia e del ciclo della rivoluzione mondiale. Bisogna dire che furono ugualmente i soli a sostenere militarmente ed efficacemente, con insurrezioni, attacchi a convogli militari eccetera, la rivoluzione russa, malgrado la loro severa critica dell'orientamento dei bolscevichi e dell'Internazionale Comunista. L'evoluzione di questi gruppi illustra tutto il problema delle organizzazioni rivoluzionarie. Queste organizzazioni scomparvero rapidissimamente, man mano che la rivoluzione veniva vinta e che il proletariato rifluiva verso posizioni disperate o difensive (puramente riformiste: integrazione alla società capitalista). L'arrivo di nuovi problemi le fece scoppiare su quasi tutti i punti con le reazioni abituali: terrorismo generato dalla disperazione, attivismo... Non dimentichiamo che la rivoluzione tedesca fu schiacciata dalla socialdemocrazia: l'intera storia tedesca tra le due guerre, compresa la nascita del fascismo, non si comprende se non in relazione a questo annientamento. Tutta l'evoluzione del fascismo non ha senso se non la si lega alla rivoluzione tedesca, giacché esso fu in gran parte l'esecutore testamentario della rivoluzione tedesca. I rivoluzionari e le frazioni più radicali della classe operaia (in particolare i disoccupati) erano stati battuti, ma la Repubblica di Weimar (1919-1933), inizialmente creata e animata dalla socialdemocrazia e dai sindacati, nondimeno era stata incapace di mettere ordine nell'economia e di soddisfare le rivendicazioni dei disoccupati, unificando il capitale nazionale tedesco: solo il fascismo poté ridare lavoro a tutti, ricuperare l'aspirazione alla "comunità" apportandovi una soluzione (alla sua maniera), e disciplinare tutti i gruppi sociali dietro gli interessi del capitale nazionale veramente unificato. Il fascismo soddisfò in modo mistificato le rivendicazioni (materiali e ideologiche) della rivoluzione del 1919, che la socialdemocrazia aveva schiacciato, ma le cui aspirazioni non poteva soddisfare durevolmente, essendo incapace di unificare politicamente la Germania. Di fronte a questa situazione, dall'inizio degli anni Venti, i rivoluzionari furono a poco a poco ridotti allo stato di setta, e solo quelli che accettarono la prospettiva di una controrivoluzione molto lunga furono in grado di resistere teoricamente alla controrivoluzione. E' d'altronde esatto che vecchi membri - assai poco numerosi - del KAPD divennero fascisti, non foss'altro che per odio della socialdemocrazia.
Nella rivoluzione tedesca, le minoranze radicali colsero il problema rivoluzionario, ma l'insieme della classe rimase prigioniera di un atteggiamento rivendicativo. La Sinistra tedesca è al fondo l'espressione teorica di quel che dei rivoluzionari - sovente operai senza formazione teorica pregressa agli eventi - avevano vissuto. Questa espressione deriva al contempo da tutta l'esperienza, e dalla sconfitta, della rivoluzione più significativa dell'epoca moderna, e dai limiti della situazione tedesca. Si vede questa doppia eredità nei gruppi che rimasero, generalmente attorno a uno o due emigrati. I soli ad aver avuto un'espressione importante sono la Sinistra comunista olandese (GIK-H)(4) e Paul Mattick, intorno a diverse riviste statunitensi ("International Council Correspondence", "Living Marxism", "New Essays"). Bisogna distinguere tra i testi contemporanei alla rivoluzione e quelli posteriori. I primi sono assai ricchi, a causa dell'esperienza concreta di cui sono il prodotto. Molto spesso quegli stessi che giungevano a queste "scoperte" teoriche uscite dalla lotta non vi erano preparati. Per esempio, la critica della rivoluzione russa fu fatta a seguito di una quantità di esperienze concrete, di rapporti con delegati dell'Internazionale Comunista, di misure pratiche prese dalla Russia e dall'Internazionale eccetera. Numericamente molto deboli, i gruppi sopravvissuti non hanno avuto, per cosi dire, alcuna influenza su di una lotta importante; malgrado contatti periodici con degli operai, sono restati per l'essenziale in un profondo isolamento. Ma, cosi come la "Sinistra italiana", grazie a una rete di relazioni poco numerose ma complesse ed estese, hanno potuto giocare un ruolo teorico assolutamente fondamentale. Nei gruppi e nelle tendenze (ivi compresi autonomi) che sono potuti esistere (per esempio Socialisme ou Barbarie in Francia), si ritrova generalmente la traccia di uno o due membri della Sinistra tedesca. Vi è una continuità tra questa, la Sinistra italiana, e l'insieme delle "Sinistre".
Se le qualità della Sinistra tedesca appaiono alla lettura dei suoi testi, non è inutile insistere sui suoi difetti. Il principale problema al quale tutti i rivoluzionari furono posti di fronte dopo la nascita del fascismo era il crollo della prospettiva classica. La totalità delle organizzazioni create dal proletariato e alle quali esso partecipava attivamente passarono alla controrivoluzione. Lungi dall'esserne la sola forza, esse ne costituivano la chiave di volta politica. La socialdemocrazia tedesca non era evidentemente la sola forza contro la rivoluzione: la lotta contro il proletariato era assicurata in primo luogo dall'esercito, dal corpo degli ufficiali che dirigevano i Corpi franchi, e, soprattutto, dal capitale. Ma la socialdemocrazia e le organizzazioni create dal proletariato nel periodo precedente furono la forza politica che riuscì a organizzare gli elementi controrivoluzionari contro il proletariato radicale. D'altra parte, il fascismo italiano e il nazismo rappresentavano per il pensiero rivoluzionario classico uno sconvolgimento fantastico. Si vedeva un'organizzazione chiaramente controrivoluzionaria dotarsi di una base di massa, e quel che oggigiorno parrebbe una grande banalità era assolutamente conturbante per i rivoluzionari di allora. La rivoluzione russa, poi lo stalinismo, erano anch'essi una novità fantastica, e lo sono ancora, in un senso. Siccome a poco a poco il proletariato veniva distrutto come forza che, in quanto classe, era portatrice di un progetto differente da tutti gli altri, i gruppi si ritrovavano completamente isolati. L'importante è osservare che i soli a conservare certe verità teoriche furono quelli che non ricercarono un successo immediato nella classe operaia. Al contrario, i trotzkisti, che vedevano senza posa i segni precursori della rivoluzione, e volevano conservare un controllo su delle frazioni di classe e restare nel gioco politico, furono di fatto condotti ad abbandonare la quasi totalità delle posizioni rivoluzionarie.
Di fronte al crollo di ogni prospettiva rivoluzionaria, la Sinistra fu costretta a spiegare questa sconfitta, e a interrogarsi sulle soluzioni possibili. L'elaborazione della teoria rivoluzionaria si trovò separata dal movimento reale della classe, non solamente perché quest'ultima non faceva nulla (di sovversivo), ma perché non fondava più la propria prospettiva su di una riapparizione del proletariato come forza rivoluzionaria legata alla crisi del capitale, ma cercava delle "soluzioni". Una delle forme attraverso le quali i rivoluzionari riuscirono a conservare la "fede" nella rivoluzione, se così si può dire, è stata una metafisica del proletariato. Questo è vero per ogni periodo controrivoluzionario: è talmente difficile salvaguardare un minimo di prospettiva comunista in un tale periodo, che ci si fabbrica dei surrogati, dei mezzi per resistere, per "tenere". Il problema sta nel grado di deformazione che questo atteggiamento - comprensibile - introduce nella teoria rivoluzionaria. La Sinistra tedesca fu condotta a sviluppare l'idea di un proletariato "puro" contenente in sé e per sé la verità rivoluzionaria, e a spiegare la sconfitta della rivoluzione con le falsificazioni, le pressioni e la violenza esercitate sul proletariato per sviarlo dai suoi compiti. Si ricercava da una parte la democrazia proletaria lottando contro la burocrazia come se si trattasse di un male pernicioso che impediva al proletariato di esprimersi. Si conservava sempre l'idea che, al fondo, il proletariato autentico sarebbe rivoluzionario se non fosse manipolato e falsificato. La preoccupazione per la democrazia proletaria conduceva a inventare ricette che permettessero all'autenticità rivoluzionaria del proletariato di manifestarsi. In questa concezione, il Consiglio operaio gioca un ruolo di panacea universale. Non lo si concepisce più come una forma di organizzazione di una lotta, bensì come una forma buona in sé, che permette alla realtà del proletariato di esprimersi. I rivoluzionari debbono dunque dare la caccia ai burocrati e ai deformatori: si poteva vedere questa concezione applicata, per esempio, in Socialisme ou Barbarie, più nel suo funzionamento interno che nei suoi testi. Poiché in Russia si era assistito alla ricostituzione di un potere di classe, si ricercava una visione del socialismo che impedisse questa deformazione. D'altra parte, siccome il potere della classe dominante era evidentemente legato alla gestione del capitale e delle forze produttive in generale, se ne derivava la credenza che si sarebbe potuto evitare questa degenerazione se il proletariato avesse preso lui stesso in mano la gestione dell'economia. E' difficile fare la critica di questa teoria, perché attraverso di essa, la Sinistra tedesca e i gruppi che sono stati influenzati da essa (in particolare Socialisme ou Barbarie) hanno esposto un gran numero di verità importanti. Ma nella misura in cui queste posizioni erano elaborate in un periodo di controrivoluzione completa, certi punti essenziali facevano totalmente difetto. Il peggior difetto di questa evoluzione, che si nota molto nettamente nelle lettere indirizzate da Pannekoek a "Socialisme ou Barbarie", è l'idea che occorra prima di tutto evitare di violentare il proletariato: si arriva a temere che agendo, lottando per checchessia, i rivoluzionari acquisterebbero un potere sul proletariato e distruggerebbero la sua spontaneità supposta rivoluzionaria. Si giungerà al punto di interrogarsi per sapere se si possa indire uno sciopero senza un'assemblea generale preliminare in cui la maggioranza dei lavoratori si sia pronunciata per lo sciopero: è tuttavia evidente che nessuno sciopero serio è mai stato lanciato dopo simili discussioni.
Peraltro, l'insieme del problema della natura del comunismo, e dell'abolizione dell'economia mercantile, era stato trattato dalla Sinistra tedesca: uno dei suoi testi principali, scritto verso il 1930, verte proprio sui Principi fondamentali di produzione e di distribuzione comunista, ma il punto centrale non è più la questione del salariato e della merce, bensì la questione della gestione. Si costruisce uno schema teorico in cui una federazione di Consigli operai gestisce tutto, come se il comunismo fosse la generalizzazione di assemblee generali democratiche che discutono e decidono su tutto.
E' vero che il termine Consiglio operaio copre realtà diverse. In Russia, nel 1905, il Soviet di Pietroburgo era un organismo locale eletto da delegati di quartiere cui partecipavano d'altronde soprattutto operai, semplicemente perché essi erano all'origine del movimento. Si videro riapparire i Soviet nella rivoluzione del 1917, in cui servivano da organizzazioni di lotta, e si formavano su di una base locale. Questi Soviet divennero un doppio potere; siccome i bolscevichi erano i soli a proporre delle prospettive, presero il potere nei Soviet, indi nella società tutta. Parallelamente a queste organizzazioni locali, si ebbero - soprattutto nel 1917 - dei "Comitati di fabbrica", coordinati tra loro a partire da un'organizzazione nelle fabbriche (occorre tuttavia ricordare che un periodo rivoluzionario non conosce legittimità in senso tradizionale, e non sa perfettamente chi è chi né chi fa cosa: dunque una decisione presa da questo organismo era applicata anche da altri organi, che ne facevano peraltro parte, senza formalismo: bisogna essere dei giuristi per domandarsi quali siano esattamente le regole formali di funzionamento di una rivoluzione). Esisteva una differenza reale tra questi Comitati, necessariamente più proletari e assai più interessati sia alle questioni economiche sia a quelle riguardanti le condizioni di lavoro, e i Soviet locali. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, i Soviet locali divennero organi di trasmissione del potere bolscevico, mentre i Comitati di fabbrica continuarono a esistere e restarono un polo di opposizione, di lotta, o talora di accordo, in rapporto al potere di Stato. Durarono per diversi anni e del resto giocarono un ruolo determinante nello sciopero di Pietrogrado che precedette l'insurrezione di Kronstadt. In Russia le organizzazioni di fabbrica continuarono a sussistere fino al 1930. Si svolse anche un grande conflitto nel 1927-'28 contro la reintroduzione della gerarchia dei salari operai. Dai primi anni della rivoluzione, erano stati imposti il "comando di uno solo" e il potere dei manager, ma lo Stato aveva dovuto sempre recedere sulla gerarchia salariale per gli operai: le organizzazioni di fabbrica ebbero ancora la forza di battersi vigorosamente contro la sua introduzione nel 1927-'28. Ma la natura propria della rivoluzione russa, i compiti specifici che doveva affrontare, con un proletariato industriale molto minoritario (meno del 10% della popolazione) fecero sì che il meccanismo politico poggiasse per l'essenziale sui Soviet locali. Al contrario, nella rivoluzione tedesca, la struttura sociale del Paese (e non la volontà, la coscienza degli operai, o la propaganda di una qualsiasi corrente) fece sì che, se il movimento era stato scatenato inizialmente dai Consigli di soldati - per delle ragioni storiche precise, e prima di tutto per l'incapacità della Germania a vincere la guerra -, tutta l'organizzazione si costruì in seguito attorno ai Consigli di fabbrica, dando al movimento un carattere assai più proletario. La caratteristica essenziale di quel che i rivoluzionari intendono quando parlano di Consigli operai è questa: sono organi non rappresentativi, che cioè non mirano a rappresentare il proletariato all'interno di un potere o altrove, ma che realizzano i suoi compiti. E' l'autorganizzazione della classe costretta ad agire. La sua stessa composizione la pone al centro di tutti i problemi produttivi, lavorativi, salariali eccetera. E poiché la classe è condotta a organizzarsi in modo autonomo, ciò implica per definizione l'esistenza di una crisi politica in cui i consigli costituiscono dunque un doppio potere (cioè oltre allo Stato). In senso rivoluzionario, il Consiglio operaio è dunque un organo di doppio potere nel quale la totalità degli aspetti della vita e della società sono considerati in modo unitario. Interviene su tutto senza curarsi delle delimitazioni tra dominì e sfere giuridici, politici, economici eccetera. Non è un organo rappresentativo, sia per il suo modo di funzionamento sia per la sua composizione.
In generale, le forme organizzative sono interamente determinate dalla situazione concreta e dalla struttura della classe. Per esempio, nel Maggio '68, in Francia, non vi è stata traccia di Consigli operai; e la forma di organizzazione presa dal movimento non è stata assolutamente il prodotto di alcuna propaganda, è stata il risultato dei fatti: esistevano in parecchie fabbriche piccole minoranze che volevano lottare, la cui determinazione e il cui relativo isolamento di fronte alla maggioranza dei lavoratori controllati dai sindacati le hanno condotte a raggrupparsi sotto forma di "Comitati di azione". Questa struttura organizzativa rispondeva alla realtà del momento. Certuni han fatto propaganda per i Consigli operai: è il tipo di propaganda perfettamente astratta e ideologica. Se per sventura vi fosse stata una struttura formalmente corrispondente ai Consigli operai, si sarebbe vista una schiacciante maggioranza controllata dalla CGT paralizzare totalmente la minoranza che, al contrario, agiva. E' vero che i rivoluzionari tentano sempre di estendere il movimento, lottando per la formazione dei Consigli. Ma ci si deve ben rendere
conto che il Consiglio è la forma di un movimento: volerne fare un'entità astratta o una panacea può condurre a porsi all'esterno del movimento invece che svilupparlo.
Bisogna anche distinguere tra il Consiglio operaio in senso rivoluzionario e certe formule propagandistiche che gli somigliano o ne sono una caricatura, come la parola d'ordine trotzkista del "controllo operaio". Senza soffermarci qui sui dettagli di questa parola d'ordine nella storia del trotzkismo, si può ricordare che Lenin non desiderava - e ciò si può comprendere - la partenza e l'espropriazione di massa dei borghesi. I bolscevichi volevano la continuazione (provvisoria) di uno sviluppo capitalista, sotto il controllo di un potere politico realizzato dalle organizzazioni di fabbrica e rinnovato da esse. Non si tratta qui della giustificatezza o meno di questa posizione per la Russia del 1917-'18, che era effettivamente un Paese arretrato. Ma in ogni caso per i bolscevichi questa idea era legata alla necessità assoluta di uno sviluppo capitalista della Russia. Nel mentre attendevano la rivoluzione europea, e l'aiutavano materialmente (con la propaganda, le armi eccetera), essi progettavano una sorta di capitalismo controllato dal potere statale rivoluzionario, basato sui comitati di fabbrica: soluzione molto provvisoria, certamente. Questo equilibrio non poteva che essere di breve durata e divenire o un capitalismo puro e semplice o una comunizzazione in collegamento con il resto del mondo: si sa cosa ne è stato. Per contro, l'idea del controllo operaio esposta attualmente dai trotzkisti è totalmente e fondamentalmente controrivoluzionaria. Da un lato, è la tesi di una fase di transizione tra un capitalismo ipersviluppato e il comunismo, allorché non vi è nessun bisogno di un periodo né "capitalista" né "comunista", ma soltanto di una trasformazione comunista dei rapporti sociali (che certamente non si realizza in un giorno: ma fin dall'inizio si prendono delle misure comuniste irreversibili). Da un altro lato, il controllo operaio si presenta concretamente come l'azione di comitati di fabbrica in ogni impresa, che spulciano i bilanci, controllano il padrone, sorvegliano contemporaneamente la produzione e le attività commerciali dell'azienda: è dunque l'idea che questo controllo costituisca per i lavoratori una prima esperienza e una scuola di gestione, ove imparino ad amministrare. Questa tesi è completamente controrivoluzionaria, perché il controllo operaio non può insegnare ai lavoratori altro che a gestire il capitale. E del resto esattamente quel che fanno in simili casi. Le scuole sindacali non servono che a formare amministratori del capitale a partire dalla classe operaia (cfr. l'attuale "cogestione" tedesca). Si presuppone una sorta di economia eterna, le cui leggi sarebbero pressappoco identiche sotto il capitalismo e sotto il comunismo: i lavoratori avrebbero dunque da apprendere le regole dell'amministrazione e dell'economia. Da sola, questa rivendicazione significa l'abbandono assoluto della comprensione del comunismo. In diversi Paesi (Francia, Italia, Gran Bretagna eccetera), lo slogan del "controllo operaio" conosce oggi una nuova stagione negli ambienti sinistrorsi e anche in certe tendenze dei partiti socialisti: si mescolano autogestione, gestione operaia e controllo operaio in una confusione totale e senza alcun collegamento con la teoria rivoluzionaria né col comunismo. Queste correnti sono, per contro, direttamente legate allo sforzo del capitale per rinnovarsi, come mostra il caso LIP in Francia (1973): si vede un militante cristiano, che rappresenta gli operai, accordarsi con un padrone membro del PSU.
Si potrebbe quasi dire che attualmente a livello mondiale una gran parte della produzione sia già autogestita dalla classe operaia. A effettuare i loro compiti (prendere un pezzo, metterlo su di una macchina eccetera) sono gli operai. La stretta applicazione delle norme e l'interdizione dell'iniziativa dei lavoratori disorganizzerebbero alquanto la produzione. E' evidente che, in una società comunista, il processo materiale della produzione è realizzato da coloro che lavorano, dai produttori, il che implica uno sconvolgimento gigantesco. Se i lavoratori non sono sottomessi a un'autorità esterna che concepisce per loro quel che fabbricano; se i produttori organizzano essi stessi il processo produttivo concreto (quel che Marx chiama "lavoro concreto"), questo solo fatto implica una trasformazione colossale (orari, organizzazione del lavoro, distruzione delle catene di montaggio e di tutti i meccanismi che mirano a controllare il lavoro per accrescerne la produttività). Ma il problema reale non sta li. Non si tratta per i proletari di rivendicare l'"ideazione" della produzione di cui assicurano oggi solo la "fabbricazione". La vera questione è quella del quadro nel quale si svolgono sia l'"ideazione" sia la fabbricazione: la finalità della produzione, la quantità effettiva dei beni prodotti, la loro natura... Determinante non è il processo materiale della produzione, che non pone particolari problemi: come si è visto in caso di guerra, di catastrofe, di grave crisi, persino di rivoluzione, i lavoratori prendono in mano l'apparato produttivo e lo fanno funzionare. Il vero problema è al livello dell'economia: è l'economia in quanto tale, e presa come un tutto, che si tratta di distruggere. Nella società capitalista, è la logica della merce a imporsi e a dominare tutto: cosa sarà prodotto, come eccetera. La totalità dell'economia è determinata dalle condizioni di produzione, che appartengono al capitale. La corrente autogestionaria, nata recentemente come reazione al movimento rivoluzionario, fornisce delle risposte al capitale via via che si presentano delle difficoltà. Nel migliore dei casi, la sua soluzione sarebbe sinonimo di autogestione del capitale. L'esempio della LIP è clamoroso: i compiti precedentemente del padrone divengono quelli degli operai. Oltre al processo materiale, gli operai s'incaricano dell'amministrazione. Fanno il lavoro dei padroni oltre al loro. Ma il problema sta nell'esistenza dell'economia e della merce, da distruggere. Tutti i problemi che la gestione può porre sono completamente differenti nella società non mercantile. E per questo che il controllo operaio è un'assurdità: non insegna e non può insegnare se non la gestione capitalista, quali che siano le intenzioni degli operai che l'esercitano. Gli operai non possono apprendere niente su quel che sarebbe la gestione di una società comunista controllando un padrone capitalista: verificando le somme versate alle assicurazioni, alla previdenza sociale, ai fornitori eccetera s'iniziano solo alla gestione di un'azienda, cioè di una somma di valori mercantili in relazione con altri. Il comunismo ha esattamente per obiettivo, e anche come compito immediato, la distruzione di questi meccanismi.
L'autogestione è la forma suprema del capitalismo. Si assiste attualmente alla distruzione della borghesia tradizionale da parte del capitale. Salvo che in Paesi come la Russia, è lo stesso sviluppo del capitale a liquidarla. Se non si colpiscono le basi dell'economia capitalista, si ha un'economia organizzata in imprese: unità che riuniscono ciascuna una certa quantità di capitale fisso e di forza-lavoro. Quest'ultima è organizzata in una maniera specifica, dovuta alla necessità di estrarre plusvalore. Si presuppone così la separazione tra lavoratori manuali, intellettuali, ingegneri, amministratori eccetera. L'autogestione li riunisce senza eliminare le separazioni che li dividono e li oppongono. Se questa stratificazione non è distrutta preventivamente, riappare necessariamente, che la produzione sia autogestita o no. Ciascuno si batte secondo la propria specificità, si organizza all'interno della propria categoria come in un racket per proteggere i propri
interessi. Può essere che, in una prima fase, i lavoratori manuali prevalgano, ma se vi è in seguito penuria di quadri perché le scuole non ne formano abbastanza, occorrerà aumentare i salari dei quadri per ottenerne. Si autogestisce dunque il capitale. L'autogestione equivale a conservare le categorie del capitale e a controllarle dall'interno (democrazia d'impresa), invece che dall'esterno (potere dittatoriale della direzione). Marx ha dimostrato da lungo tempo che la borghesia, il capitalismo, lo scambio non sono prodotti della malignità umana o della volontà di una minoranza che cerca di fare la bella vita a spese degli altri, ma il risultato di rapporti di produzione reali, essi stessi frutto di una situazione obiettiva. La merce ha costituito un progresso, e la proprietà privata è stata il modo di sviluppo dell'umanità nel corso di vari millenni. Le società che non le hanno conosciute sono spesso restate in una miseria aggravata dal divario e dal disequilibrio nei confronti del mondo scambista e capitalista. La funzione del capitalista e dell'amministratore non sono né un'aberrazione né il prodotto del male: non si possono togliere conservando il resto. Se non se ne distruggono le basi, essi hanno una funzione reale, che bisogna adempiere in un modo o in un altro. L'autogestione fa semplicemente svolgere dalla collettività delle funzioni prima garantite da uno strato separato. L'autogestione rappresenta il culmine del sogno, o dell'incubo, capitalista. E' il trionfo del capitale.
Allorquando il capitale ebbe riunito in uno stesso luogo degli operai che fino ad allora tessevano a domicilio, dando loro gli stessi telai che prima utilizzavano in casa, indi ebbe scoperto che si poteva aumentare la loro produttività scomponendo i loro gesti, e che potevano tanto meno battersi contro i padroni quanto meno erano qualificati, venne fabbricata una macchina che includeva nella sua stessa struttura la produzione di valore mercantile e la riduzione degli uomini a strumenti di questa valorizzazione. Il capitale non esiste nella testa della gente, è presente nella struttura delle abitazioni, degli appartamenti eccetera. Tutte le strutture sociali sono inscritte nella materia. Il fatto che noi viviamo in famiglie più o meno ristrette è inscritto nei caseggiati. Il capitale è presente nella struttura stessa della macchina. L'autogestione significherebbe che si è riusciti a creare una macchina che include nella sua stessa struttura lo sfruttamento, la disumanizzazione e la separazione di coloro che lavorano, e a persuaderli che non vi sarebbe altra soluzione: vi si è riusciti così bene che ora si può dire loro: "Adesso autogestitevi!". Ciò presuppone che, quando si dà ai lavoratori questa libertà illusoria, essi non abbiano alcun desiderio di rompere la macchina o di mettersi a lavorare diversamente. L'autogestione generalizzata significherebbe dunque un'accettazione generalizzata del capitalismo. Implica il fatto che la totalità dei valori del capitale si sia così ben materializzata dappertutto da poter lasciare la gente autogestire la società.
L'interesse della Sinistra italiana sta per l'appunto nell'aver largamente chiarito tale questione. Per un verso, essa è il contrario della Sinistra tedesca. E' un movimento teorico che preesisteva in parte al movimento rivoluzionario, che disponeva di un corpo dottrinario solido e relativamente stabile. E' d'altronde in ciò che i loro rapporti sono interessanti, soprattutto quando pervengono alle stesse conclusioni. La Sinistra italiana ha affermato e colto dei punti essenziali che quella tedesca non ha compreso. Ma, cosi come la Sinistra tedesca non ha potuto preservare la sua comprensione se non mantenendo una sorta di metafisica del proletariato, la Sinistra italiana l'ha conservata mischiandovi una metafisica del partito e della teoria. Si ha talvolta l'impressione che la teoria esista del tutto indipendentemente dal movimento pratico della classe. Ci si può domandare se il principale apporto della Sinistra italiana non sia di aver conservato certi punti essenziali della concezione di Marx, e innanzitutto la comprensione completamente giusta del Capitale, a cominciare dal Libro I: definizione del capitale e definizione del comunismo. Essa ha mantenuto la visione del comunismo come abolizione della merce e del salariato, mentre la Sinistra tedesca rimane poco chiara al riguardo.
In fin dei conti, il problema che ci si pone oggi, di fronte all'esperienza della rivoluzione tedesca e alle diverse correnti di sinistra che hanno resistito alla degenerazione della Terza Internazionale, è la questione del rapporto tra il comunismo e il proletariato. Quegli eventi dimostrano in effetti che esiste incontestabilmente all'interno del proletariato una tendenza comunista: non una tendenza ideologica, ma un movimento pratico verso il comunismo. La realtà della sua situazione lo conduce a sviluppare una pratica e delle prospettive comuniste. Ne è la prova il fatto che esso alimenta delle organizzazioni rivoluzionarie più o meno importanti, che quasi scompaiono in periodo di controrivoluzione ma che riappaiono poi. Ne è la prova il fatto stesso della pratica del proletariato in periodo rivoluzionario. Ciò vale sia per la rivoluzione russa sia per quella tedesca: non dimentichiamo in effetti la straordinaria ricchezza della rivoluzione russa, malgrado i suoi limiti. Tuttavia, il meno che si possa dire del rapporto tra proletariato e comunismo è che è complesso. Non c'è un collegamento univoco (in un solo senso) tra sviluppo capitalista, crisi, e attacco del proletariato contro il capitale. Il proletariato è stato preso e si è lasciato prendere dal capitale, per esempio nella rivoluzione tedesca: a livello dell'insieme della classe, i proletari volevano la pace, desideravano vivere decentemente, ma non volevano il comunismo. Essi d'altronde non lo percepivano nemmeno: solo una debole minoranza ne era capace. Il proletariato non esiste allo stato di entità osservabile e descrivibile come la maggior parte dei fatti sociali. Il proletariato è un rapporto con il capitale. E' il rapporto più importante nel seno stesso del capitale, il più importante rapporto interno al capitale. Il proletariato è un rapporto del capitale con se stesso. Esiste dunque necessariamente un legame tra la costituzione del proletariato in classe, cioè in categoria che si oppone alla società con obiettivi suoi propri, e la sua esistenza all'interno del capitale.
Per abbordare questo problema, è vitale assimilare bene e criticare contemporaneamente l'apporto delle Sinistre tedesca e italiana. Per esempio, sulla questione del comunismo, i punti di vista di Bordiga e di Socialisme ou Barbarie sono diametralmente opposti. Prendiamo come esempio Le Contenu du socialisme di Chaulieu, peraltro strettamente legato alla sua concezione del capitalismo e alle sue teorie economiche. In questo testo, Chaulieu è per il mantenimento del salariato. Con l'aiuto soprattutto di sociologi industriali, egli giunge a una visione assai profonda della realtà capitalista e della società moderna. Ha perduto totalmente di vista la dinamica del capitale, e la sua visione è quella di un sociologo e non di un marxista: ma all'interno stesso di questa visione sociologica, va molto lontano. Propone il capitalismo, ma senza i suoi lati cattivi. Non concepisce assolutamente una società senza salario e senza economia. Si pronuncia dunque per il salariato con eguaglianza di salari. E' il sogno del capitale realizzato. Il problema viene dal fatto che il capitale dovette svilupparsi a partire da una società non capitalista. Ma dal momento in cui esso domina assolutamente tutto, dalla nascita alla morte, il problema cambia. Nel capitalismo d'inizio secolo, la formazione del lavoratore qualificato veniva acquisita in modo relativamente individuale: era dunque normale che la si pagasse in seguito con un salario superiore a quello dell'operaio non qualificato. Ma se il capitale domina anche le condizioni di formazione della forza-lavoro, perché dovrebbe pagare un salario differente? Gli basta mantenere il lavoro. Le forze-lavoro riprodotte in modo differente dovevano essere remunerate diversamente. Se il capitale organizza l'istruzione dei bambini e la formazione delle differenti forze-lavoro, non ha che da mantenere tutti allo stesso prezzo. L'eguaglianza dei salari è inclusa nella logica del capitale: solo il sotto-sviluppo del capitale vi si oppone.
Siccome il capitalismo è incontrollabile, le soluzioni di tipo autogestionario, come tante altre, vogliono un capitalismo pianificato. Chaulieu inventa uno schema di "fabbrica del piano" autogestita, che poggia su di una visione assolutamente totalitaria. Immagina che si voterà per determinare gli investimenti, i salari, la parte riservata ai consumi eccetera, con l'aiuto di modelli matematici resi accessibili a tutti (tra cui le matrici di Leontieff). Tutti i problemi che riguardano oggi unicamente la classe dominante, domineranno dunque la totalità della società, nella prospettiva di una democrazia generalizzata. Le difficoltà del capitale saranno le difficoltà di tutti, e non più di una minoranza di gestori.
Se l'insieme dei costi di formazione della forza-lavoro sono coperti dalla società, Chaulieu giunge alla conclusione che in queste condizioni la differenza di formazione tra un operaio specializzato e un neurochirurgo comporterà solo una differenza salariale di uno a due. Egli suppone dunque che l'attività umana abbia un prezzo, e che si paragoni il valore rispettivo delle differenti forme di lavoro, remunerando le forze-lavoro. La forza-lavoro è dunque ancora una merce. E' esattamente il contrario della prospettiva di Marx. E' vero che l'elaborazione di questa teoria negli anni Cinquanta costituiva un tentativo considerevole per uscire dall'immobilismo. Prodotto originale della Sinistra tedesca, Socialisme ou Barbarie ha saputo porre i problemi operai e dell'organizzazione del lavoro ben prima che diventassero di moda. Ma li ha posti ignorando l'analisi di Marx. Qui, ancora, si vede che rivoluzione e controrivoluzione sono vicine: rispondono alle stesse questioni in modi opposti. Capitale e proletariato si sforzano entrambi di risolvere le contraddizioni del salariato. Ma, oggi, la tesi della gestione operaia fa solo il gioco del capitale. E ripresa sotto mille varianti da coloro che hanno bisogno di modernizzare la loro ideologia per partecipare alla direzione politica del capitale. Poiché la crisi della società è visibile a occhio nudo, tutti coloro che ricercano un potere qualunque sono e saranno obbligati a riprendere, in un modo o in un altro, le posizioni autogestionarie.

Note
(*) Il presente testo è la trascrizione di una relazione (registrata col magnetofono), fatta nel corso di una discussione organizzata tra un compagno francese e alcuni compagni messicani, cileni e colombiani, nel 1974, poi pubblicata nella "Petite bibliothèque bleue”, Editions de l'oubli, Paris, 1974. L'autore "ufficiale" è Nashua, pseudonimo di certo Pierre Guillaume. Questi, come Mussolini, fu per qualche tempo un rivoluzionario. Alla fine degli anni '70 divenne portavoce – insieme a Faurisson e Thion - della corrente negazionista, mediocre ancella ideologica della corrente della destra "revisionista" e fascista. Oggi, questo personaggio è un partigiano dell'ultradestra antisemitica. Durante questi ultimi anni, Guillaume è stato compagno di "pensiero" del fascista Maurice Bardèche, fondatore della rivista "Occident".
(1) Kommunistische Arbeiter Partei Deutschlands: Partito Operaio Comunista di Germania.
(2) Allgemeine Arbeiter Union: Unione Generale Operaia.
(3) Allgemeine Arbeiter Union-Einheitsorganisation: Unione Generale Operaia-Organizzazione
unitaria.
(4) Gruppe Internationaler Kommunisten-Holland: Gruppo dei Comunisti Internazionali-Olanda.

(Pierre Guillaume, Prospettive sui Consigli, la gestione operaia, e la Sinistra tedesca (1974), "Left Wing Communism", http://www.left-dis.nl/i/nashua.htm)

sabato 20 febbraio 2010

La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato (1973), di Carsten Juhl

La storia
Da quando una messa in causa del movimento operaio ufficiale, incluso la sua sinistra ed il suo "gauchisme", è apparsa ad una nuova generazione di critici compresa come movimento e correnti del capitale, dopo l'ennesima conferma del loro ruolo durante gli avvenimenti di rivolta degli anni '60, da Watts a Parigi a Gdansk, una ricerca approfondita diventa necessaria per situare sia la tradizione chiamata marxista-leninista che quella del marxismo secondinternazionalista poi socialdemocratico, nel contesto storico dello sviluppo della società capitalista.
Parallelamente alla riscoperta dunque della guerra civile spagnola, del movimento reale attorno all'Ottobre russo e di altri avvenimenti minori nella storia della rivoluzione (storia che oggi non si pone più i limiti dell'epoca del capitalismo nascente e maturo, come vollero i Marx o i Bordiga), è stato rapidamente palese che la storia della rivoluzione tedesca è di importanza eccezionale considerato lo sviluppo capitalistico della zona germanica a confronto di altre esperienze storiche (Russia, Finlandia, Ungheria, Italia, Cina e poi Spagna).
I fatti, che ci interessano qui ed anche nelle due parti successive di questo discorso introduttivo, sono quelli che possono essere chiamati "di rottura" o tendenti verso una rottura coll'establishment politico-sindacale delle diverse correnti-partiti-organizzazioni del socialismo ufficiale tedesco (socialdemocratico e centrista, poi terzinternazionalista) ovvero col movimento operaio.
La storia del movimento rivoluzionario tedesco è per ora stata scritta - con un'eccezione - a livello delle organizzazioni,(1) cioè delle forme di rappresentazione datesi da quel movimento e che sempre si dovettero autonomizzare, poiché esse non furono fattore soggettivamente rivoluzionario che per qualche mese nel periodo già breve che va dal 1918 alla primavera del '21, lasciando quindi a tutte le sue forme politiche e militari una funzione di stabilizzazione ed organizzazione politico-economica.
Questa funzione rivela il contenuto potenziale e dunque spesso realizzato del movimento quale sinistra radicale capitalista - infatti - a parte qualche breve momento di scontri (che rivelò però una aggressività molto violenta tra certi gruppi di proletari) - le formazioni della Sinistra Tedesca ebbero come compito reale quello di assicurare la sopravvivenza sociale d'una parte di quella classe che esprimevano, ovvero le categorie più radicali del proletariato. Ciò voleva evidentemente dire porsi dei problemi che non erano quelli d'una rivoluzione totalmente anticapitalista, ma soltanto quelli d'una rivoluzione contro la miseria capitalista d'allora.
Lasciando fuori da questo discorso un giudizio "realistico" e d'accettazione di "condizioni storiche", che limiterebbe la critica e dunque la prospettiva forse possibile oggi, si può mostrare un doppio carattere in quella rivoluzione, anche quando la sua sinistra comunista rompeva coi partiti operai, col parlamentarismo, coi sindacati e coi consigli operai e di soldati, nati alla fine della guerra ed assumeva una funzione di base democratica "diretta" ad una costituzione socialrepubblicana.
Questo doppio carattere è evidentemente visto da noi oggi conoscendo la fine di quella rivoluzione; ma è ugualmente chiaro che la funzione delle organizzazioni (Unionen e Betriebsrate) datesi dalle masse più radicali del proletariato, che lasciarono i sindacati ufficiali anche a direzione terzinternazionalista, fu sempre ambigua, costituendosi esse molto tardi (1919-'20)(2) ed in un contesto di rivendicazioni d'autogestione della vita economica, rivendicazione forzata anche dalla parzialità delle categorie in questione, che dovevano sconfiggere una miseria materiale assicurandosi, anche cruentemente, una rimessa in moto dell'apparato produttivo tedesco largamente fermato dalla crisi del dopoguerra.
Il movimento radicale tedesco non ebbe dunque carattere economico rivendicativo (sindacale) ma costruttivo gestionario (consiliare), poiché una economia andava rifatta, e là si vede come quell'esperienza rimase prigioniera all'interno d'una reazione negativa all'assetto capitalistico tradizionale e tendente verso la realizzazione dell'essere immediato del proletariato. Non vi fu dunque prospettiva d'una "aufhebung"(*) positiva mediante l'autonegazione della classe proletaria capitalista.
A parte questi limiti del movimento radicale stesso, che non sorpassò - secondo gli storici - il mezzo milione di proletari inquadratisi nelle "Unionen",(3) bisogna anche introdurre un altro fattore ostacolante prima di finire la valutazione dell'opera dei "Linksradikalen": la rivoluzione russa.
In questa rivoluzione col compito capitalista di spiegare oltre una economia di giovane industrializzazione, che la classe borghese non aveva forza ed audacia per far progredire (nel mezzo dei problemi della guerra) preferendo mantenere condizioni tali da impedire lo stesso processo di riproduzione della forza-lavoro operaia gettando la Russia in una situazione quasi pre-industriale, la classe operaia di quel paese si trovò come unica categoria capitalista con volontà storica sufficientemente radicale per far saltare i dispositivi arcaici ed aprire la via ad una accumulazione capitalista stabile e moderna ma senza classe classicamente borghese, cercando di assicurarsi essa stessa sia gestione che pianificazione. (Che poi, per ragioni di guerra, di mercato, di struttura economica russa e di ritardo politico della borghesia mondiale, ciò non fu realizzato che passando da una gestione operaia ad una statal-dispotica del capitale anonima, cambia la mimica degli uomini ma non la loro sottomissione alla logica della società capitalista).
Come ogni rottura, quella russa mise uomini e sentimenti in movimento: sia i soviet ed i consigli, che le correnti della rivoluzione (bolscevichi di sinistra e poi gli anarchici) furono compresi come espressioni d'una nuova creatività rivoluzionaria, ma per limitatezza storico-sociale (giudicando dalla forma di rappresentazione dominante datosi da quel movimento: il partito bolscevico, perfino capitalisticamente ambiguo, Zinoviev o Lenin!) non riuscirono nemmeno - anche per quanto riguarda la visione mondiale - a tagliare i nodi della politica: indipendenza nazionale, parlamentarismo, frontismo per non parlare di tutto il formalismo organizzativo, come lo mostra la critica del Gorter, anche se lui - come i suoi contemporanei - si muove nel mondo delle espressioni - formazioni politiche, non arrivando a criticare i contenuti reali.
La rottura russa fu dunque fattore di slancio rivoluzionario, ma il suo carattere gestionario e politico fece immediatamente seguire il passo alla rivoluzione mondiale, la rivoluzione tedesca non soltanto non riuscì a sorpassarla anzi si mostrò storicamente parallela al recupero operaio dell'ancor giovane capitalismo germanico, con espedienti sia d'autogestione operaia che di democrazia (recupero audace perché poco salutare col tempo, come si vide poi quando dovette centralizzare tutte le forze per risolvere le problematiche degli anni venti e trenta preparatori della soluzione bellica finale).
La distanza storica che ci separa dagli eventi tedeschi, ce ne mostra tutti i limiti, ma uno studio approfondito delle fonti meno conosciute mostrerebbe forse che ben più radicale fu l'atmosfera tra gli spartachisti, nell'armata rossa della Ruhr, nelle bande di Hoelz o alla Leuna-werk di quello che fanno intendere i programmi e le direttive gestionarie, dominanti completamente la vita teorica e politica del movimento rivoluzionario tedesco.(4)

La critica di Gorter
Già prima della guerra 1914-1918 Herman Gorter aveva sviluppato una critica radicalformista tipica per la sinistra secondinternazionalista, comprendente anche Anton Pannekoek e Rosa Luxemburg, che pur restando completamente all'interno del formalismo classista, del parlamentarismo, e della visione tradeunionista-deleonista cercava un espediente rivoluzionario soggettivo e sembrava averlo individuato nell'aggressività spontanea del proletariato.
Durante la guerra questa tendenza si avvicinò alla sinistra russa ed anche se non completamente unite, formarono le correnti della Sinistra di Zimmerwald: disfattista ed antimilitarista più che chiaramente rivoluzionaria. Nei primi anni attorno alla fine della guerra (1917-'18) quei sinistri tedesco-olandesi (divisi in Germania tra "Bremerlinke" poi Socialisti Internazionali e Spartachisti) sostennero i bolscevichi come dirigenti d'una rivoluzione che essi consideravano antiborghese e proletaria - come fu ma non nel senso da essi sperato.
Soltanto colle direttive tattiche della III Internazionale e con la politica estera dello stato sovietico videro la linea classicamente socialdemocratica del partito bolscevico, anche senza capirne in fondo il perché. Vi fu l'attacco leniniano all'estremismo e le risposte di Pannekoek e Gorter,(5) che coll'andar delle polemiche e delle esperienze tedesche formarono quella critica che si può leggere nel testo di Gorter e che può essere riassunto nei seguenti punti, dandone allo stesso tempo i limiti:
1) La rivoluzione comunista ha come centro i paesi ad alto sviluppo capitalistico ovvero quelli dell'Europa occidentale e degli stati orientali americani. Le lezioni importanti sono quindi qui e non in Russia, la tattica internazionale andrebbe fissata dai comunisti "occidentali" e cioè: Antiparlamentarismo, antileaderismo e contro l'entrismo nei sindacati. Qui come in tutta l'analisi dei comunisti tedesco-olandesi la funzione capitalista della socialdemocrazia non era chiara: vagamente si capiva che essa faceva un gioco borghese, che il ruolo del tribuno parlamentare come della figura paternalistica dello chef della gerarchia di partito o di sindacato niente aveva di rivoluzionario. Ma l'antiformalismo non si diede mai una base teorica che sorpassasse gli argomenti a fondo democraticista, che troppo spesso si trovano nella critica della Sinistra Comunista Tedesca, come si trova anche nella concezione del partito (KAPD)(6) una visione avanguardista con elementi illuministici in parentela col "tasca-gramscismo". Quella concezione del KAPD e di Gorter si trova dunque all'interno della tradizione partitista d'origine russa (bakunin-leninista) i cui caratteri dominavano la sinistra comunista di quell'epoca, ovvero: democratismo e centralismo "proletario" nel KAPD, educazionismo e blanquismo (sinistra del VKPD)(7) e del PCd'I.
In confronto all'influenza di questa tradizione storicamente in legame con quelle giacobine e massoniche, quella laburista - tipo Prima Internazionale - che aveva continuato, anche se con portata teorica minore, nel sindacalismo, vide soltanto alla fine delle rivoluzione tedesca sorgere una Unione Unitaria (AAUE), che invece del mestiere voleva la fabbrica come base e che programmaticamente sosteneva un operaismo antipartito.
2) L'autonomia del proletariato fu punto comune sia della Sinistra Tedesca che di quella Italiana ed è confermata dalla loro comune ostilità contro i "fronti operai" e contro l'apologia della "unità", anche se la Sinistra Italiana, storicamente in ritardo, voleva ammettere un "fronte unico sindacale".
3) L'antifrontismo nei paesi ad alto sviluppo capitalistico è seguito dall'antifrontismo nei paesi asiatici, dove la critica e la perspicacia di Gorter è unica per il suo tempo. Un'esperienza si era già avuta in Turchia, ma fu soltanto dopo la disfatta della rivoluzione cinese, che una critica alla sottomissione dei comunisti alle organizzazioni nazionalborghesi si fece viva nella III Internazionale.
Gorter capiva anche le ragioni di questa politica estera borghese da parte dello stato sovietico e la sua critica della pace di Brest-Litowsk fu giusta anche se incompleta (non conoscendo egli l'opposizione comunista a quella pace, che abbandonò i movimenti proletari e/o comunisti nel Baltico, in Finlandia e nella Ukraina alla locale repressione tedesca e borghese nel nome d'una unità nazionaldemocratica considerata dai bolscevichi di destra come premessa storica a rivoluzioni comuniste).
4) Allo stesso modo Gorter fu tra i primi a "classificare" la rivoluzione russa come rivoluzione doppia, preso dalla sua concezione del proletariato, anche se restando prigioniero d'una logica gestionaria ed operaista vedeva come misure proletarie anticapitaliste quelle che invece avevano come funzione unicamente una riorganizzazione e centralizzazione dell'economia collo scopo immediato di assicurare la riproduzione della forza-lavoro operaia (cfr. il "collettivismo della miseria" del Gramsci del 17!).
Fattore principale per una dominazione borghese sugli elementi proletari della rivoluzione sarebbero secondo Gorter i contadini. Egli non capì il ruolo dell'accumulazione del capitale agrario come base d'un programma d'industrializzazione ma credette che le rivendicazioni per la terra avanzate dal contadiname avrebbero indebolito il proletariato, ovvero l'industria urbana, spostando il peso economico-politico nelle campagne. Tal modo di porre la questione non vedeva che lo sviluppo russo seguiva la logica d'un capitale ormai anonimo.
L'importante problematica delle vecchie comunità di campagna(8) non è conosciuta da Gorter, essa avrebbe messo - parallelamente ad una analisi che si fosse basata su d'una rivoluzione internazionale e su di una visione di anti-industrializzazione per la Russia - tutto il discorso delle sinistre tedesche e russe sotto altra luce.
In seguito a questi molti problemi sono mal posti. Inoltre, il ruolo dei bolscevichi è valutato in modo errato, essendo considerati portatori d'iniziativa rivoluzionaria nell'ottobre del 1917.(9) Il grande cambiamento in Russia avviene secondo Gorter nel 1921, dove la dominazione contadina-borghese diventa completa colla NEP e con Kronstadt, rivolta che Gorter come Bordiga considerava l'espressione esplosiva della dualità della Russia rivoluzionaria).
Dopo questa critica Gorter può concludere che sia la Russia ed il terzinternazionalismo che la socialdemocrazia ed i movimenti democratici d'Asia vanno considerati come nemici della rivoluzione.
Tre punti più generali del discorso di Gorter vanno sottolineati:
- La sua fede in una rivoluzione sempre possibile durante una crisi mortale del capitalismo (ammettendo allo stesso tempo che tutto il mondo costituisce un unico nemico per la rivoluzione, incluso il proletariato come vedremo...).
- Il suo formalismo organizzativo e consiliargestionario, che lo portò alla formazione dell'Internazionale Comunista Operaia, e che egli non osò nemmeno chiamare "partito storico" come più tardi il bordighismo di sinistra in occasione di un'altra creazione volontarista d'una Internazionale, il Partito Comunista Internazionalista. Anche so Gorte sottolineò l'importanza della critica e preparazione teoriche dei tre KAP della sua Internazionale (di Essen, d'Olanda e della Bulgaria tendenza di Sofia), una ragione importante per la scissione nel KAPD(10) fu proprio la creazione di questa Internazionale come quella della rivoluzione futura.
- Infine la sua completa accettazione (ancora viva oggi nelle discussioni tra le ideologie ultrasinistre) della contraddizione fittizia tra gestione consiliare e gestione statalpartitista).

Lo spettro del proletariato
Uno spettro s'aggira per la storia delle rivoluzioni: è lo spettro del proletariato; prima atteso come il Messia che verrebbe infine per ricompensare i sacrifici offerti al capitalismo progressivo, unificatore, centralizzatore ed industrializzatore, per poi vederselo invece apparire in veste socialdemocratica, partecipante alle guerre imperialiste come alle elezioni parlamentari e vivendo-accettando il ritmo della società del capitale: produzione e consumazione per la riproduzione della forza lavorativa per la nuova produzione... domandando di tempo in tempo aumenti della sua parte di plusvalore, famoso livello quantitativo a potenzialità qualitativa rivoluzionaria realizzabile mediante il salto della ginnastica di classe...
Questo proletariato mondiale è per Gorter "ostile al comunismo" aspettando egli, prigioniero della logica gestionaria e produttivista, dallo stesso proletariato la liberazione umana operata dalla lotta di classe i cui limiti rivendicativi e riformistici egli stesso è il primo a riconoscere. Chi cambierà questa contraddizione? La storia! ... Grande apriori ultra-sinistra passe-partout. Così Gorter si spiega tutti i luoghi comuni marxistici: nel 1848 "una rivoluzione proletaria" non era possibile, ma ora! ... si aspetta la coscienza-Godot.(11)
L'intuizione che la critica deve andare ben al di là della politica, come si vedrà dopo una pausa trentennale in altra corrente consiliare con dimensioni ben più importanti, fu sentita soltanto dal gestionario "unitario" tedesco Otto Rühle(12) che criticando la vita quotidiana nelle famiglie e nei quartieri operai finì invece nell'apologia dell'inquadramento "extra-borghese" dato ai proletari dall'apparato produttivo capitalista!
Infatti, finché la classe operaia non vien concepita come parte integrata ed integrante nel processo di riproduzione della società capitalista, e la rivoluzione non vien posta in termini extra-classisti, la prospettiva seguirà sempre il gioco delle mutazioni e degli sviluppi della società capitalista senza individuare che la contraddizione di classe è elemento del movimento stesso del capitalismo, della dialettica del processo di metamorfosi perpetua della società capitalista.
La critica rivoluzionaria slegandosi da quella razionalità dialettica formale (classe/capitale - lotta di classe/coscienza - crisi/rivoluzione) che rende il pensiero radicale una sorgente d'originalità innovatrice per l'autocritica del capitale, sentirà la sua scienza come fattore di riproduzione sociale e cercherà di riproporre la rivoluzione nei termini del Marx del 1844, del comunismo come "la vera soluzione del conflitto tra esistenza e essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie". Tale critica - abbandonando il campo della negatività ed incominciando immediatamente il ripensamento positivo e vivo della rivoluzione e quindi di noi stessi - dovrà sorpassare le separazioni tra razionalità e sentimento e unificando arte e scienza, negare la società del capitale partecipando in modo creativo a quella rottura finale col vecchio mondo che potrà generare una vita umana, questa volta di vera comunità.
Su ciò si fonderebbe una visione rivoluzionaria oggi; essa non riconoscerebbe la critica d'allora come base direttamente sua; ma tale scavalcamento della critica negativa avanzata dal vecchio marxismo di sinistra pone la necessità di fissare la portata ed i limiti dell'archeologia comunistica, discorso che si potrebbe riprendere in sede successiva.

Appendice
AAU - Allgemeine Arbeiter Union (Unione generale operaia). Organizzazione operaia rivoluzionaria antisindacale, fondata nel primo dopoguerra su questi due criteri.
- gli operai si uniscono su base di impresa (e non su quella di mestiere come nei sindacati classici, sia riformisti che rivoluzionari);
- le organizzazioni di impresa si raggruppano per regione industriale (e non per categorie).
Di fatto le AAU si pongono come embrione dei consigli operai rivoluzionari.
AAUD - Allgemeine Arbeiter Union Deutschlands (Unione generale operaia di Germania).
Fondata nel febbraio 1920. Il suo programma e le sue linee d'orientamento sono definite nella conferenza di Leipzig (dicembre 1920), dopo la scissione della corrente AAU-E sul problema del rapporto con la Russia e la III Internazionale. Di fatto l'AAUD divenne l'organizzazione economica del KAPD, alla fondazione raccoglie circa 100.000 membri.
AAU-E - Allgemeine Arbeiter Union - Einhetsorganisation (Unione generale operaia - Organizzazione unitaria).
Corrente più radicalmente "unionista industriale", cioè contraria alla separazione, in qualsiasi forma, fra organizzazione economica ed organizzazione politica della classe. Ha come modello gli IWW americani. Raccoglie, alla fondazione, circa 100.000 aderenti.
FAUD - Freie Arbeiter Union Deutschlands (Unione libera dei lavoratori di Germania).
Organizzazione anarcosindacalista che con la crisi dei consigli si riorganizza in quanto tale alla fine del 1918. Questa corrente esisteva già prima della guerra con nome di FVDG (Unione libera dei sindacati tedeschi), nome che modifica in FAUD nel dicembre del 1919. Partecipa a tutte le lotte più radicali del periodo. Nel 1922 partecipa alla costituzione dell'AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori) a Berlino, assieme alle altre organizzazioni anarcosindacaliste (CNT spagnola, USI italiana, FORA argentina, ecc.).
ISD - Internationale Sozialisten Deutschlands (Socialisti Internazionali di Germania).
Nome di alcuni gruppi radicali di sinistra dell'SPD, costituitisi durante la guerra, in contatto con la Lega di Spartaco ma su posizioni più radicali. I loro principali nuclei erano a Brema, Brunswick e Berlino ed erano in stretta relazione con un gruppo di Amburgo. Già durante la guerra iniziano a sviluppare, anche se confusamente, l'idea dell'organizzazione unitaria.
KPD(S) - Kommunistische Partei Deutschlands (Spartakusbund) (Partito Comunista Tedesco - Lega di Spartaco).
Fondato alla fine del 1918 su iniziativa dell'IKD e con la partecipazione della Lega di Spartaco, la maggior parte dei suoi membri viene da iniziative e da raggruppamenti di base estranei all'esperienza delle minoranze di sinistra dell'SPD. Sin dall'inizio vede una divergenza fra i radicali di sinistra e la direzione luxemburghiana più legata alla tradizione del movimento operaio tedesco e timorosa degli effetti della rottura radicale con l'USPD. Nel marzo del 1919 conta circa 90.000 aderenti.
IKD - internationale Kommunistische Deutschlands (Comunisti Internazionali di Germania).
Nuovo nome dell'ISD dopo il novembre 1918.
IWW - Industrial Workers of the World (Lavoratori industriali del mondo).
Organizzazione operaia rivoluzionaria americana, costituita nel 1905, in contrapposizione al sindacalismo di mestiere dell'AFI (American Federation of Labor) col fine di organizzare tutti i lavoratori su base di industria indipendentemente da divisioni di razza, sesso, nazionalità, ecc. Nonostante alcuni aspetti dell'esperienza IWW siano connessi alla tradizione anarcosindacalista e sindacalista rivoluzionaria europea (azione diretta, antiparlamentarismo, federalismo), gli IWW li sviluppano in maniera originale e li adeguano alla lotta contro una struttura capitalista assai più matura.
KAPD - Kommunistische Arbeiter Partei Deutschlands (Partito Operaio Comunista Tedesco).
Partito che riunisce la sinistra del KPD(S) espulsa nell'ottobre del 1919 dalla direzione del partito, ad eccezione del gruppo di Amburgo che evolve su posizioni "nazional-bolsceviche" (Laufenberg e Wolffheim) e di quello di Brema (Becker e Fröhlich) rientrato nel KPD dove formarono una corrente di sinistra. La scissione si sviluppò sulla questione sindacale e parlamentare ma la direzione preferì condurre la battaglia interna sull'accusa di anarcosindacalismo alla sinistra. Il KAPD è diviso in tre tendenze, quella nazional-bolscevica che se ne stacca immediatamente, quella maggioritaria favorevole a un dualismo organizzativo (KAPD e AAU) e quella favorevole a uno scioglimento del KAPD nelle AAU (tendenza AAU-E).
KAI - Kommunistische Arbeiter Internationale (Internazionale Comunista Operaia).
Organizzazione internazionale costituita nel 1922. Di fatto la costituzione della KAI comporta la scissione del KAPD fra una maggioranza (Tendenza di Berlino) favorevole a centrare gli sforzi dell'organizzazione sulle lotte salariali e una minoranza (Tendenza di Essen) che raccoglie la maggior parte degli intellettuali del KAPD. Di fatto raccolse il Partito Comunista Operaio bulgaro, quello olandese e qualche piccolo gruppo e si dissolse velocemente.
KAUD - Kommunistische Arbeiter Union Deutschlands (Unione Comunista Operaia Tedesca).
Fondata nel 1931 da una fusione fra AAUE e AAUD separatasi dal KAPD. Entrambi sono ormai dei piccoli gruppi (qualche centinaio di membri) che conducono un'attività illegale di propaganda dei principi consiliari. La scissione fra KAPD e AAUD deriva dalla diversa valutazione che si dà alle lotte economiche in questa fase. Di fatto la KAUD è abbastanza simile, dal punto di vista dei principi, all'AAUE, anche se non crede più alla possibilità di diventare un'organizzazione di massa.
Eintschiedene Linke (sinistra risoluta).
Gruppo uscito nel 1927 dal KPD e confluito nel KAPD (Tendenza di Berlino) dopo aver denunciato le collusioni fra l'esercito tedesco e l'Unione Sovietica. Il suo esponente più noto è Karl Korsch.
Socialisme ou Barbarie (Socialismo o Barbarie).
Gruppo francese di origine trotzkista, uscito dalla IV Internazionale alla fine degli anni '40 e pervenuto a una critica al leninismo che sortì su posizioni neoconsiliari. Sviluppò la sua attività negli anni '50 e nei primi anni '60. Suoi esponenti più noti sono Cornelius Castoriadis e Claude Lefort.
Informations Correspendences Ouvrieres (Informazioni Corrispondenze Operaie).
Gruppo sorto negli anni '60 dalla dissoluzione di Socialisme ou Barbarie e che ne ha sviluppato le tesi in chiave antiorganizzativa. Alcuni suoi ex membri editano il bollettino internazionale Echanges et Mouvement (Scambi e movimento) dopo la sua dissoluzione.

Note
(1) L'opera di base della ricerca storica sulla sinistra della rivoluzione tedesca è il Syndakalismus und Linkskommunismus von 1918-1923, Masenheim am Glan, 1969, di H.M. Bock, dal quale son principalmente tratte le informazioni sia per il testo La gauche allemande et la question syndacale dans la III internationale, Kommunistisk Program, Kobenhavn, 1971, che per La gauche allemande (textes). Pour l'histoire du mouvement communiste en Allemagne de 1910 a 1921, a cura di D. Authier, Paris-Brignoles-Napoli, 1973. Anche se il terzo testo Il KAPD et le mouvement proletarien, "Invariance", Nuova Serie, n. 1, 1971, deve molte informazioni al Bock, è fino ad ora l'unica analisi che cerca di andare al di là delle forme di rappresentazione cercando le aspirazioni rivoluzionarie parallele tra quel movimento e le correnti più avanzate dei movimenti di rivolta sia in Germania che in Italia nella seconda metà degli anni '60; - esso cerca inoltre delle formulazioni utilizzabili - partendo da precedenti lavori - per una ridescrizione dello sviluppo storico dell'economia capitalistica periodizzandone la società sulla base del passaggio dalla sottomissione formale a quella reale del lavoro al capitale; - infine il testo d'"Invariance" ha la dimensione importante di abbandonare il feticcio della classe operaia e porre l'alternativa "comunismo o distruzione della specie umana".
(2) Come forme di mediazione tra ascesa e discesa della rivoluzione, già sconfitta nell'inverno 1918-'19.
(3) AAUD - Allgemeine Arbeiter-Union Deutschlands (Unione Generale Operaia di Germania) simpatizzante col KAPD - fondata nel febbraio 1920. Scissione nell'ottobre 1921 colla fondazione della
AAUE - Allgemeine Arbeiter-Union Einheitsoganisation (Unione Generale Operaia Unitaria).
FAUD (S) - Freie Arbeiter - Union Deutschlands (Syndikalisten) (Unione Operaia Libera di Germania - Sindacalisti) - ricostituzione della vecchia confederazione sindacalista nel dicembre 1919.
FAU (Gelsenkirchen) - Freie Arbeiter - Union (Gelsenkirchen Richtung) (Unione Operaia Libera - tendenza di Gelsenkirchen) - sorta nell'ottobre 1920 dopo scissione nel FAUD (S) - membra del Profintern di Mosca.
(4) Che vi furono altre dimensioni crede H. Marcuse in An essay on Liberation, 1969, rimandando il lettore ai testi Der Blau Reiter di F. Marc, 1914, e Die Kunst und die Zeit di R. Hausmann, 1919 (in Manifeste 1905-33, Dresden, 1956.
(5) Contenuti nell'antologia A. Pannekoek, H. Gorter, Organisation und Taktik der proletarischen Revolution, Frankfurt a/M, 1969, dove H.M. Bock nell'introduzione descrive la storia e le teorie della Sinistra Olandese.
(6) KAPD - Kommunistische Arbeiter-Partei Deutschlands (Partito Comunista Operaio di Germania) - fondato nell'aprile 1920 - Per la teoria del KAPD sul suo ruolo cfr. Thèses sur le rȏle du parti dans la révolution proletarienne, in "Invariance", I Serie, n. 8, 1969; in tedesco in Partei und Klasse 1921, Kommunismen, 1972.
(7) VKPD - Vereinigte Kommunistische Partei Deutschlands (Partito Comunista Unificato di Germania) - fondato nel dicembre 1920 mediante l'unificazione del Partito Comunista di Germania (direzione Levi) colla sinistra del Partito Indipendente - sezione dell'Internazionale Comunista.
(8) Cfr. K. Marx a V. Zasulitjch, terzo abbozzo, febbraio-marzo 1881; questione ripresa e sviluppata ulteriormente da J. Camatte nell'introduzione ad una edizione francese dei testi di A. Bordiga sulla questione russa.
(9) Cfr. I bolscevichi e la rivoluzione d'ottobre. Verbali delle sedute del Comitato centrale del Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) dall'agosto 1917 al febbraio 1918, Editori Riuniti, Roma, 1962. Dal resoconto di Skripnik (p. 211) come altrove è evidente che i bolscevichi agirono sotto pressione d'una iniziativa rivoluzionaria degli operai anarchici di Pietrogrado: la "direzione" bolscevica del movimento russo va considerata come un compromesso storico tra rivoluzione capitalista borghese e rivoluzione capitalista autogestionaria, di cui il carattere proletario domina nei primissimi anni (cfr. i testi di Anweiler, Brinton, ecc.).
(10) Tra la tendenza detta di Essen e quella detta di Berlino.
(11) La questione della coscienza non viene trattata in questo testo di Gorter. Lo era invece nella risposta di Pannekoek a Lenin Rivoluzione mondiale e tattica comunista come in modo più profondo nel saggio di G. Lukacs Storia e coscienza di classe (1923), concezione recentemente attaccata da J. Baudrillard in Le miroir de la production, Casterman, 1973, p. 135-36, esponente di uno "strutturalismo di sinistra" che critica "la razionalità escatologica" che si troverebbe in tutto il marxismo, colpevole d'aver fondato una nozione di storia e di successione di modi di produzione ove erigere una nuova teleologia d'!autoverificazioni circolari".
(12) In Von de burgerlichen zur proletarischen Revolution, O. Rühle - benché gestionario ancor più limitato di Gorter nella sua visione del contenuto del socialismo - comprese per primo la vittoria della controrivoluzione: "La rivoluzione è perduta per ora pel proletariato tedesco". Anche Rühle sostenne che la "maggior parte del proletariato" fu la "nemica", la "sabotatrice" e la "traditrice" verso "la liberazione e la rivolta della propria classe", ponendo però sempre la rivoluzione in termini di consigli operai e mai in quelli dell'autonegazione del proletariato.
(*) Negazione-affermazione.

(Carsten Juhl, La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato (1973), Edizioni Gemenweisen, Roma, 1991)