martedì 20 aprile 2010

Karl Otto Paetel. Cenni biografici (2006), di Sandra H. Hawrylchak

Karl Otto Paetel (1906-1975) è stato un giornalista politico, nato a Berlino, costretto a fuggire dalla Germania nel 1935 (Paetel è stato condannato a morte in contumacia dai nazisti), ed immigrato negli Stati Uniti nel 1940. Gli interessi di Paetel, dalla sua giovinezza fino alla sua morte nel 1975, sono sempre stati i movimenti radicali e i mutamenti sociali del XX secolo.
Karl Otto Paetel è nato il 23 novembre 1906 a Berlino, dove ha frequentato tutte le scuole dalle elementari fino agli studi universitari presso la Friedrich-Wilhelms-Universität di Berlino. E' stato durante il suo periodo trascorso alla Siemens-Oberrealschule (1923-'27) che Paetel prima divenne membro di un gruppo di giovani, il Bund Köngener; in seguito si unì al gruppo Deutsche Freischar. La sua precoce associazione con i gruppi giovanili e il Movimento tedesco della gioventù (Jugendbewegung) è rimasto uno degli interessi principali di tutta la sua vita. Il Movimento tedesco della gioventù divenne popolare poco dopo la prima guerra mondiale ed ha avuto una grande influenza su quella generazione di intellettuali tedeschi che sono cresciuti nel primo terzo del XX secolo. Paetel divenne un leader del movimento e, all'età di ventiquattro anni, co-editò con Ernst Jünger, "Die Kommenden", un periodico fondamentale del movimento.
Nel 1930 Paetel è stato arrestato a seguito di una dimostrazione anti-Versailles organizzata da parte degli studenti di Berlino, un evento che ha portato alla perdita del suo sussidio agli studi universitari, l'interruzione dei suoi studi e il suo passaggio al giornalismo a tempo pieno. In aggiunta al suo lavoro su "Die kommenden", Paetel divenne anche direttore dell'"Handbuch der deutschen Jugendbewegung", così come dei periodici "Die sozialistische Nation" e "Antifaschistische Briefe". Le sue attività portarono al suo arresto e internamento in diverse occasioni durante gli anni 1933-'34.
Nel gennaio del 1935, Paetel fu costretto a fuggire dalla Germania alla Cecoslovacchia dove rimase per sei mesi, continuando a scrivere per periodici come "Die neue Weltbühne" e "Neues Tagebuch". Durante il periodo dal luglio 1935 al marzo 1937, Paetel è andato in Svezia via Danimarca, poi di nuovo in Cecoslovacchia, in Austria, Svizzera, Belgio, e infine in Francia. Paetel ha trascorso quasi tre anni in Francia dove ha continuato a scrivere e infine curato e pubblicato una serie di opuscoli clandestini per la gioventù tedesca intitolati "Schriften der Jungen Nation".
Dopo essere stato ufficialmente privato della sua cittadinanza tedesca e condannato a morte in contumacia nel 1939, Paetel fu successivamente internato a Roland Gaross-Damigny-Bassance, un campo per prigionieri di guerra francesi (febbraio-giugno 1940). Dopo la sua liberazione dal campo, fuggì attraverso la Francia a Lisbona, in Portogallo, e si imbarcò nel dicembre 1940 per gli Stati Uniti.
Paetel arrivò a New York il 13 gennaio 1941. Nel corso degli anni successivi, egli ha ricoperto diverse posizioni per l'Office of European Economic Research and the Army Service Force, Morale Services Division of the War Department. Ha inoltre svolto compiti di ricerca per altri scrittori, istituti e agenzie americane e continuò a scrivere anche per conto suo. Le sue pubblicazioni durante questi anni includono Nazi-Deutsch: A Glossary of Contemporary German Usage (con Heinz Paechter, Bertha Hellman, Hedwig Paechter, 1944), Ernst Jünger: Die Wandlung eines deutschen Dichters und Patrioten (1946), Deutsche innere Emigration: Anti-Nationalsozialistische Zeugnisse aus Deutschland (1946), Ernst Jünger: Weg und Wirkung: Eine Erfüllung (1949), e Ernst Jünger: Eine Bibliographie (1953).
L'interesse di Paetel per i movimenti radicali dell'epoca è continuato per tutta la sua vita e si riflette nei suoi scritti. Movimenti radicali, nazional-bolscevismo (Nationalbolschewismus) incluso, un movimento composto da un gruppo di individui nazionalisti in politica, ma socialisti in termini economici; nel 1965 Paetel ha pubblicato una storia del nazional-bolscevismo in Germania intitolata Versuchung oder Chance?
Il suo interesse per gli individui che non rientrano in ordinate categorie politiche o sociali, lo ha portato a interessarsi per il movimento americano Beat e soprattutto per lo scrittore Jack Kerouac; La Beat Anthologie di Paetel (1962) è una delle prime pubblicazioni su la Beat Generation statunitense. Un altro interesse preminente nella sua vita, specialmente dopo il 1933 e la sua fuga dalla Germania nazista, è stata la resistenza tedesca al nazismo (Widerstand) e l'esilio. Das Dritte Reich und seine Gegner è solo un esempio dei suoi numerosi scritti sul tema della resistenza.

(ns. trad. di Sandra H. Hawrylchak, Karl Otto Paetel. Biographical Sketch, University of Albany, New York, ottobre 2006, http://library.albany.edu/speccoll/findaids/ger072.htm#history)

Omaggio a Marinus Van der Lubbe (1999), di Nico Jassies

Nato in una famiglia povera di Leiden, attivissimo sin da sedicenne nella gioventù comunista, prende parte a comizi, attacca manifesti, inventa slogan, si scontra con la polizia, viene più volte arrestato, sogna, come tanti altri proletari, di "fare come in Russia". Ed è in Russia che prova ad andare, ma viene respinto alla frontiera. Insofferente all'autoritarismo del Partito "comunista" olandese si avvicina ai gruppi consiliaristi, tendenza rivoluzionaria che critica il ruolo del partito e del sindacato considerati burocratici e verticistici (il teorico più lucido ne fu l'olandese Anton Pannekoek). Nel frattempo uno schizzo di calce viva lo rende inabile al lavoro, ma Marinus continua ad agitarsi, proletario tra proletari. Si scaglia contro l'Ufficio di assistenza sociale, guida lo sciopero dei tassisti di Den Haag nel 1932. Intanto all'inizio del 1933 un rimpasto ministeriale porta Hitler al governo in Germania; qui la situazione è esplosiva: gli scontri tra "rossi" e "neri" sono cosa quotidiana. Lubbe va dunque a Berlino e prova a spingere i compagni all'azione: contro il pericolo nazista bisogna spronare il proletariato alla rivoluzione! Ma nessuno lo segue e così decide di fare da solo. Compra della "diavolina" e dopo avere provato senza successo ad appiccare il fuoco al municipio e al palazzo imperiale, penetra attraverso una finestra nel parlamento e comincia ad accendere piccoli fuochi. Questi si propagano e il giorno dopo la sala delle sedute del Reichstag è devastata come se fosse stata colpita dallo schianto di un aereo. Van der Lubbe è arrestato, confessa le proprie "colpe" e dichiara che il suo atto si fonda su motivazioni politiche: voleva spronare i lavoratori tedeschi alla rivoluzione sociale, ad abbattere il capitalismo che aveva permesso a Hitler di salire al potere. Al processo, iniziato nel settembre 1933, la corte prova a dimostrare contro ogni evidenza che Marinus non ha agito da solo e che i "comunisti" hanno compiuto l'attentato per un preciso ordine di Mosca. Il Partito sedicente comunista risponde alla calunnia con la calunnia, affermando che Marinus è al soldo dei nazisti. Questi, schiacciato tra i due totalitarismi, viene infine ghigliottinato nel gennaio 1934, a soli venticinque anni.

(tratto da Nico Jassies, Berlino Brucia. Marinus Van der Lubbe e l'incendio del Reichstag (1999), Zero in Condotta, Bologna, 2008; riprodotto in "Les mauvais jours finiront", http://mondosenzagalere.blogspot.com/2008/09/omaggio-marinus-van-der-lubbe.html)

lunedì 19 aprile 2010

Prospettive sui Consigli, la gestione operaia, e la Sinistra tedesca (1974), di Pierre Guillaume

La costituzione della classe in Consigli dimostra che essa si organizza su obiettivi propri, ma non dice niente sulla natura di questi obiettivi, né sulle divisioni che possono esistere all'interno di questa classe. Tutti i problemi della rivoluzione tedesca ruotarono attorno a questo fatto, che determinò tutte le sue fluttuazioni. Man mano che la frazione più intelligente degli ufficiali comprendeva occorreva accordare la pace per salvare ciò che considerava l'essenziale, e a partire dal momento in cui la socialdemocrazia aderì alla pace, la maggior parte del movimento ricadde. Ma, fin dall'inizio, la rivoluzione tedesca fu più che un movimento per la pace: in effetti, se i primi Consigli furono Consigli di soldati, esisteva da diversi anni nelle fabbriche ciò che si chiamava l'organizzazione dei "fiduciari", cioè delegati operai, coordinati di fabbrica in fabbrica, che lottavano contro il supersfruttamento dovuto alla guerra, su posizioni assai più "classiste" ed economiche dei Consigli dei soldati. Il movimento dei Consigli dei soldati si coordinò, e apparve un'organizzazione di Consigli di operai e soldati in tutta la Germania, basata principalmente sui Consigli di fabbrica. D'altra parte, la pace creò in Germania una situazione economica assolutamente mostruosa, largamente aggravata dalla politica della Francia e delle altre potenze vittoriose. Oltre al problema della pace, la rivoluzione tedesca si articolò dunque su delle rivendicazioni proletarie che culminarono in scioperi e insurrezioni. Ogni volta si vide lo stesso meccanismo mettersi in azione. Quando il capitale si mostrava incapace di soddisfare delle rivendicazioni elementari, i rivoluzionari - gli elementi più radicali - erano portati alla testa del movimento, ma, dacché una parte di queste rivendicazioni erano soddisfatte, il movimento ricadeva. Malgrado la presenza di minoranze radicali un po' dappertutto, esso non fu mai capace di unificarsi in una prospettiva nazionale e internazionale, tanto più che la Germania era ancora mal unificata (l'unificazione del 1871 aveva lasciato sussistere le dinastie locali in Baviera, in Prussia eccetera, che furono rovesciate solo nel 1918). Si assistette a esplosioni e a sconfitte separate, regione per regione, provocate d'altronde dalla classe dominante, senza dubbio la più intelligente del mondo. I rivoluzionari analizzarono queste esperienze; e si può dire che conobbero tutte le forme possibili di controrivoluzione, il che costituisce la straordinaria ricchezza della Sinistra tedesca. In particolare, essi furono i primi a vedere che la crisi economica, fino ad allora considerata dai rivoluzionari come il precursore della rivoluzione, poteva essere un'arma manipolata dalla controrivoluzione. Per esempio, la borghesia tedesca seppe utilizzare le possibilità restanti di aggravare o ridurre l'ampiezza della crisi economica per separare differenti strati all'interno del proletariato, e in particolare per suscitare una divisione fondamentale tra i disoccupati e gli occupati. Fece schiacciare il movimento rivoluzionario dei disoccupati (che non potevano trovare soluzioni pratiche alla loro situazione se non in un esito rivoluzionario) dagli operai organizzati - talvolta nei sindacati, ma anche nei Consigli operai -, che avevano, loro, almeno un lavoro e un salario. In generale, la rivoluzione tedesca, al contrario di quella russa, è la sola a essere realmente istruttiva per la comprensione della rivoluzione moderna. Ormai se ne può conoscere la storia attraverso gli studi e i documenti che cominciano ad apparire. Ma l'essenziale è vedere quel che ne è restato, ed estrarre ciò che essa ancora significa d'importante per noi.
Uno degli aspetti più notevoli è che la rivoluzione tedesca fu fatta sulla parola d'ordine: "Usciamo dai sindacati!". Mentre nessuno si era autonomizzato rispetto ai sindacati e alla socialdemocrazia prima della guerra, le organizzazioni ultrasinistre raggrupparono centinaia di migliaia e persino milioni di lavoratori su posizioni rivoluzionarie. Le organizzazioni politiche quali il KAPD(1) furono in certi momenti strutture di massa più potenti del Partito Comunista legato all'Internazionale Comunista.
Da una parte, i sindacati si erano completamente integrati alla guerra, come d'altronde negli altri Paesi, a gradi diversi. Luddendorff doveva rendere loro omaggio dichiarando che giammai lo sforzo bellico sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei sindacati e del Partito Socialdemocratico. Dall'altra, i comunisti di sinistra non raccomandavano di uscire dai sindacati per formarne altri. Questa parola d'ordine corrispondeva a un rifiuto totale delle forme sindacali di organizzazione, e si accompagnava alla creazione pratica da parte del proletariato di organismi assai differenti: le "Unioni" controllate alla base. Una delle acquisizioni di questo periodo è del resto il rigetto della separazione tra organizzazioni politiche ed economiche (partito/sindacato). All'inizio esistevano parallelamente il KAPD e l'AAU(2), che raggruppava le Unioni operaie nelle imprese. Ben presto, questa dualità fu respinta a favore di una forma di organizzazione cosiddetta "unitaria", ove non c'era più alcuna distinzione tra l'organo-partito politico e l'organo-lotta economica. La nascita di questo tipo di organizzazione (che si coordinava nell'AAU-E)(3) non era il frutto della volontà o della propaganda. Quando il proletariato è di fronte a compiti rivoluzionari, questa separazione cade da sé. Il solo fatto che ci si possa porre il problema di una differenza tra organo politico (che difende la prospettiva a lungo termine e che lotta per il potere), e organo economico (che lotta per degli obiettivi limitati), prova che la tappa in cui è allora il proletariato non è rivoluzionaria. Del resto, la rivoluzione comunista include per definizione la distruzione dell'economia e della politica, e dunque dell'economico e del politico, come domini specializzati e separati.
I gruppi come il KAPD fecero fin dall'inizio un'analisi profondamente giusta della Russia e del ciclo della rivoluzione mondiale. Bisogna dire che furono ugualmente i soli a sostenere militarmente ed efficacemente, con insurrezioni, attacchi a convogli militari eccetera, la rivoluzione russa, malgrado la loro severa critica dell'orientamento dei bolscevichi e dell'Internazionale Comunista. L'evoluzione di questi gruppi illustra tutto il problema delle organizzazioni rivoluzionarie. Queste organizzazioni scomparvero rapidissimamente, man mano che la rivoluzione veniva vinta e che il proletariato rifluiva verso posizioni disperate o difensive (puramente riformiste: integrazione alla società capitalista). L'arrivo di nuovi problemi le fece scoppiare su quasi tutti i punti con le reazioni abituali: terrorismo generato dalla disperazione, attivismo... Non dimentichiamo che la rivoluzione tedesca fu schiacciata dalla socialdemocrazia: l'intera storia tedesca tra le due guerre, compresa la nascita del fascismo, non si comprende se non in relazione a questo annientamento. Tutta l'evoluzione del fascismo non ha senso se non la si lega alla rivoluzione tedesca, giacché esso fu in gran parte l'esecutore testamentario della rivoluzione tedesca. I rivoluzionari e le frazioni più radicali della classe operaia (in particolare i disoccupati) erano stati battuti, ma la Repubblica di Weimar (1919-1933), inizialmente creata e animata dalla socialdemocrazia e dai sindacati, nondimeno era stata incapace di mettere ordine nell'economia e di soddisfare le rivendicazioni dei disoccupati, unificando il capitale nazionale tedesco: solo il fascismo poté ridare lavoro a tutti, ricuperare l'aspirazione alla "comunità" apportandovi una soluzione (alla sua maniera), e disciplinare tutti i gruppi sociali dietro gli interessi del capitale nazionale veramente unificato. Il fascismo soddisfò in modo mistificato le rivendicazioni (materiali e ideologiche) della rivoluzione del 1919, che la socialdemocrazia aveva schiacciato, ma le cui aspirazioni non poteva soddisfare durevolmente, essendo incapace di unificare politicamente la Germania. Di fronte a questa situazione, dall'inizio degli anni Venti, i rivoluzionari furono a poco a poco ridotti allo stato di setta, e solo quelli che accettarono la prospettiva di una controrivoluzione molto lunga furono in grado di resistere teoricamente alla controrivoluzione. E' d'altronde esatto che vecchi membri - assai poco numerosi - del KAPD divennero fascisti, non foss'altro che per odio della socialdemocrazia.
Nella rivoluzione tedesca, le minoranze radicali colsero il problema rivoluzionario, ma l'insieme della classe rimase prigioniera di un atteggiamento rivendicativo. La Sinistra tedesca è al fondo l'espressione teorica di quel che dei rivoluzionari - sovente operai senza formazione teorica pregressa agli eventi - avevano vissuto. Questa espressione deriva al contempo da tutta l'esperienza, e dalla sconfitta, della rivoluzione più significativa dell'epoca moderna, e dai limiti della situazione tedesca. Si vede questa doppia eredità nei gruppi che rimasero, generalmente attorno a uno o due emigrati. I soli ad aver avuto un'espressione importante sono la Sinistra comunista olandese (GIK-H)(4) e Paul Mattick, intorno a diverse riviste statunitensi ("International Council Correspondence", "Living Marxism", "New Essays"). Bisogna distinguere tra i testi contemporanei alla rivoluzione e quelli posteriori. I primi sono assai ricchi, a causa dell'esperienza concreta di cui sono il prodotto. Molto spesso quegli stessi che giungevano a queste "scoperte" teoriche uscite dalla lotta non vi erano preparati. Per esempio, la critica della rivoluzione russa fu fatta a seguito di una quantità di esperienze concrete, di rapporti con delegati dell'Internazionale Comunista, di misure pratiche prese dalla Russia e dall'Internazionale eccetera. Numericamente molto deboli, i gruppi sopravvissuti non hanno avuto, per cosi dire, alcuna influenza su di una lotta importante; malgrado contatti periodici con degli operai, sono restati per l'essenziale in un profondo isolamento. Ma, cosi come la "Sinistra italiana", grazie a una rete di relazioni poco numerose ma complesse ed estese, hanno potuto giocare un ruolo teorico assolutamente fondamentale. Nei gruppi e nelle tendenze (ivi compresi autonomi) che sono potuti esistere (per esempio Socialisme ou Barbarie in Francia), si ritrova generalmente la traccia di uno o due membri della Sinistra tedesca. Vi è una continuità tra questa, la Sinistra italiana, e l'insieme delle "Sinistre".
Se le qualità della Sinistra tedesca appaiono alla lettura dei suoi testi, non è inutile insistere sui suoi difetti. Il principale problema al quale tutti i rivoluzionari furono posti di fronte dopo la nascita del fascismo era il crollo della prospettiva classica. La totalità delle organizzazioni create dal proletariato e alle quali esso partecipava attivamente passarono alla controrivoluzione. Lungi dall'esserne la sola forza, esse ne costituivano la chiave di volta politica. La socialdemocrazia tedesca non era evidentemente la sola forza contro la rivoluzione: la lotta contro il proletariato era assicurata in primo luogo dall'esercito, dal corpo degli ufficiali che dirigevano i Corpi franchi, e, soprattutto, dal capitale. Ma la socialdemocrazia e le organizzazioni create dal proletariato nel periodo precedente furono la forza politica che riuscì a organizzare gli elementi controrivoluzionari contro il proletariato radicale. D'altra parte, il fascismo italiano e il nazismo rappresentavano per il pensiero rivoluzionario classico uno sconvolgimento fantastico. Si vedeva un'organizzazione chiaramente controrivoluzionaria dotarsi di una base di massa, e quel che oggigiorno parrebbe una grande banalità era assolutamente conturbante per i rivoluzionari di allora. La rivoluzione russa, poi lo stalinismo, erano anch'essi una novità fantastica, e lo sono ancora, in un senso. Siccome a poco a poco il proletariato veniva distrutto come forza che, in quanto classe, era portatrice di un progetto differente da tutti gli altri, i gruppi si ritrovavano completamente isolati. L'importante è osservare che i soli a conservare certe verità teoriche furono quelli che non ricercarono un successo immediato nella classe operaia. Al contrario, i trotzkisti, che vedevano senza posa i segni precursori della rivoluzione, e volevano conservare un controllo su delle frazioni di classe e restare nel gioco politico, furono di fatto condotti ad abbandonare la quasi totalità delle posizioni rivoluzionarie.
Di fronte al crollo di ogni prospettiva rivoluzionaria, la Sinistra fu costretta a spiegare questa sconfitta, e a interrogarsi sulle soluzioni possibili. L'elaborazione della teoria rivoluzionaria si trovò separata dal movimento reale della classe, non solamente perché quest'ultima non faceva nulla (di sovversivo), ma perché non fondava più la propria prospettiva su di una riapparizione del proletariato come forza rivoluzionaria legata alla crisi del capitale, ma cercava delle "soluzioni". Una delle forme attraverso le quali i rivoluzionari riuscirono a conservare la "fede" nella rivoluzione, se così si può dire, è stata una metafisica del proletariato. Questo è vero per ogni periodo controrivoluzionario: è talmente difficile salvaguardare un minimo di prospettiva comunista in un tale periodo, che ci si fabbrica dei surrogati, dei mezzi per resistere, per "tenere". Il problema sta nel grado di deformazione che questo atteggiamento - comprensibile - introduce nella teoria rivoluzionaria. La Sinistra tedesca fu condotta a sviluppare l'idea di un proletariato "puro" contenente in sé e per sé la verità rivoluzionaria, e a spiegare la sconfitta della rivoluzione con le falsificazioni, le pressioni e la violenza esercitate sul proletariato per sviarlo dai suoi compiti. Si ricercava da una parte la democrazia proletaria lottando contro la burocrazia come se si trattasse di un male pernicioso che impediva al proletariato di esprimersi. Si conservava sempre l'idea che, al fondo, il proletariato autentico sarebbe rivoluzionario se non fosse manipolato e falsificato. La preoccupazione per la democrazia proletaria conduceva a inventare ricette che permettessero all'autenticità rivoluzionaria del proletariato di manifestarsi. In questa concezione, il Consiglio operaio gioca un ruolo di panacea universale. Non lo si concepisce più come una forma di organizzazione di una lotta, bensì come una forma buona in sé, che permette alla realtà del proletariato di esprimersi. I rivoluzionari debbono dunque dare la caccia ai burocrati e ai deformatori: si poteva vedere questa concezione applicata, per esempio, in Socialisme ou Barbarie, più nel suo funzionamento interno che nei suoi testi. Poiché in Russia si era assistito alla ricostituzione di un potere di classe, si ricercava una visione del socialismo che impedisse questa deformazione. D'altra parte, siccome il potere della classe dominante era evidentemente legato alla gestione del capitale e delle forze produttive in generale, se ne derivava la credenza che si sarebbe potuto evitare questa degenerazione se il proletariato avesse preso lui stesso in mano la gestione dell'economia. E' difficile fare la critica di questa teoria, perché attraverso di essa, la Sinistra tedesca e i gruppi che sono stati influenzati da essa (in particolare Socialisme ou Barbarie) hanno esposto un gran numero di verità importanti. Ma nella misura in cui queste posizioni erano elaborate in un periodo di controrivoluzione completa, certi punti essenziali facevano totalmente difetto. Il peggior difetto di questa evoluzione, che si nota molto nettamente nelle lettere indirizzate da Pannekoek a "Socialisme ou Barbarie", è l'idea che occorra prima di tutto evitare di violentare il proletariato: si arriva a temere che agendo, lottando per checchessia, i rivoluzionari acquisterebbero un potere sul proletariato e distruggerebbero la sua spontaneità supposta rivoluzionaria. Si giungerà al punto di interrogarsi per sapere se si possa indire uno sciopero senza un'assemblea generale preliminare in cui la maggioranza dei lavoratori si sia pronunciata per lo sciopero: è tuttavia evidente che nessuno sciopero serio è mai stato lanciato dopo simili discussioni.
Peraltro, l'insieme del problema della natura del comunismo, e dell'abolizione dell'economia mercantile, era stato trattato dalla Sinistra tedesca: uno dei suoi testi principali, scritto verso il 1930, verte proprio sui Principi fondamentali di produzione e di distribuzione comunista, ma il punto centrale non è più la questione del salariato e della merce, bensì la questione della gestione. Si costruisce uno schema teorico in cui una federazione di Consigli operai gestisce tutto, come se il comunismo fosse la generalizzazione di assemblee generali democratiche che discutono e decidono su tutto.
E' vero che il termine Consiglio operaio copre realtà diverse. In Russia, nel 1905, il Soviet di Pietroburgo era un organismo locale eletto da delegati di quartiere cui partecipavano d'altronde soprattutto operai, semplicemente perché essi erano all'origine del movimento. Si videro riapparire i Soviet nella rivoluzione del 1917, in cui servivano da organizzazioni di lotta, e si formavano su di una base locale. Questi Soviet divennero un doppio potere; siccome i bolscevichi erano i soli a proporre delle prospettive, presero il potere nei Soviet, indi nella società tutta. Parallelamente a queste organizzazioni locali, si ebbero - soprattutto nel 1917 - dei "Comitati di fabbrica", coordinati tra loro a partire da un'organizzazione nelle fabbriche (occorre tuttavia ricordare che un periodo rivoluzionario non conosce legittimità in senso tradizionale, e non sa perfettamente chi è chi né chi fa cosa: dunque una decisione presa da questo organismo era applicata anche da altri organi, che ne facevano peraltro parte, senza formalismo: bisogna essere dei giuristi per domandarsi quali siano esattamente le regole formali di funzionamento di una rivoluzione). Esisteva una differenza reale tra questi Comitati, necessariamente più proletari e assai più interessati sia alle questioni economiche sia a quelle riguardanti le condizioni di lavoro, e i Soviet locali. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, i Soviet locali divennero organi di trasmissione del potere bolscevico, mentre i Comitati di fabbrica continuarono a esistere e restarono un polo di opposizione, di lotta, o talora di accordo, in rapporto al potere di Stato. Durarono per diversi anni e del resto giocarono un ruolo determinante nello sciopero di Pietrogrado che precedette l'insurrezione di Kronstadt. In Russia le organizzazioni di fabbrica continuarono a sussistere fino al 1930. Si svolse anche un grande conflitto nel 1927-'28 contro la reintroduzione della gerarchia dei salari operai. Dai primi anni della rivoluzione, erano stati imposti il "comando di uno solo" e il potere dei manager, ma lo Stato aveva dovuto sempre recedere sulla gerarchia salariale per gli operai: le organizzazioni di fabbrica ebbero ancora la forza di battersi vigorosamente contro la sua introduzione nel 1927-'28. Ma la natura propria della rivoluzione russa, i compiti specifici che doveva affrontare, con un proletariato industriale molto minoritario (meno del 10% della popolazione) fecero sì che il meccanismo politico poggiasse per l'essenziale sui Soviet locali. Al contrario, nella rivoluzione tedesca, la struttura sociale del Paese (e non la volontà, la coscienza degli operai, o la propaganda di una qualsiasi corrente) fece sì che, se il movimento era stato scatenato inizialmente dai Consigli di soldati - per delle ragioni storiche precise, e prima di tutto per l'incapacità della Germania a vincere la guerra -, tutta l'organizzazione si costruì in seguito attorno ai Consigli di fabbrica, dando al movimento un carattere assai più proletario. La caratteristica essenziale di quel che i rivoluzionari intendono quando parlano di Consigli operai è questa: sono organi non rappresentativi, che cioè non mirano a rappresentare il proletariato all'interno di un potere o altrove, ma che realizzano i suoi compiti. E' l'autorganizzazione della classe costretta ad agire. La sua stessa composizione la pone al centro di tutti i problemi produttivi, lavorativi, salariali eccetera. E poiché la classe è condotta a organizzarsi in modo autonomo, ciò implica per definizione l'esistenza di una crisi politica in cui i consigli costituiscono dunque un doppio potere (cioè oltre allo Stato). In senso rivoluzionario, il Consiglio operaio è dunque un organo di doppio potere nel quale la totalità degli aspetti della vita e della società sono considerati in modo unitario. Interviene su tutto senza curarsi delle delimitazioni tra dominì e sfere giuridici, politici, economici eccetera. Non è un organo rappresentativo, sia per il suo modo di funzionamento sia per la sua composizione.
In generale, le forme organizzative sono interamente determinate dalla situazione concreta e dalla struttura della classe. Per esempio, nel Maggio '68, in Francia, non vi è stata traccia di Consigli operai; e la forma di organizzazione presa dal movimento non è stata assolutamente il prodotto di alcuna propaganda, è stata il risultato dei fatti: esistevano in parecchie fabbriche piccole minoranze che volevano lottare, la cui determinazione e il cui relativo isolamento di fronte alla maggioranza dei lavoratori controllati dai sindacati le hanno condotte a raggrupparsi sotto forma di "Comitati di azione". Questa struttura organizzativa rispondeva alla realtà del momento. Certuni han fatto propaganda per i Consigli operai: è il tipo di propaganda perfettamente astratta e ideologica. Se per sventura vi fosse stata una struttura formalmente corrispondente ai Consigli operai, si sarebbe vista una schiacciante maggioranza controllata dalla CGT paralizzare totalmente la minoranza che, al contrario, agiva. E' vero che i rivoluzionari tentano sempre di estendere il movimento, lottando per la formazione dei Consigli. Ma ci si deve ben rendere
conto che il Consiglio è la forma di un movimento: volerne fare un'entità astratta o una panacea può condurre a porsi all'esterno del movimento invece che svilupparlo.
Bisogna anche distinguere tra il Consiglio operaio in senso rivoluzionario e certe formule propagandistiche che gli somigliano o ne sono una caricatura, come la parola d'ordine trotzkista del "controllo operaio". Senza soffermarci qui sui dettagli di questa parola d'ordine nella storia del trotzkismo, si può ricordare che Lenin non desiderava - e ciò si può comprendere - la partenza e l'espropriazione di massa dei borghesi. I bolscevichi volevano la continuazione (provvisoria) di uno sviluppo capitalista, sotto il controllo di un potere politico realizzato dalle organizzazioni di fabbrica e rinnovato da esse. Non si tratta qui della giustificatezza o meno di questa posizione per la Russia del 1917-'18, che era effettivamente un Paese arretrato. Ma in ogni caso per i bolscevichi questa idea era legata alla necessità assoluta di uno sviluppo capitalista della Russia. Nel mentre attendevano la rivoluzione europea, e l'aiutavano materialmente (con la propaganda, le armi eccetera), essi progettavano una sorta di capitalismo controllato dal potere statale rivoluzionario, basato sui comitati di fabbrica: soluzione molto provvisoria, certamente. Questo equilibrio non poteva che essere di breve durata e divenire o un capitalismo puro e semplice o una comunizzazione in collegamento con il resto del mondo: si sa cosa ne è stato. Per contro, l'idea del controllo operaio esposta attualmente dai trotzkisti è totalmente e fondamentalmente controrivoluzionaria. Da un lato, è la tesi di una fase di transizione tra un capitalismo ipersviluppato e il comunismo, allorché non vi è nessun bisogno di un periodo né "capitalista" né "comunista", ma soltanto di una trasformazione comunista dei rapporti sociali (che certamente non si realizza in un giorno: ma fin dall'inizio si prendono delle misure comuniste irreversibili). Da un altro lato, il controllo operaio si presenta concretamente come l'azione di comitati di fabbrica in ogni impresa, che spulciano i bilanci, controllano il padrone, sorvegliano contemporaneamente la produzione e le attività commerciali dell'azienda: è dunque l'idea che questo controllo costituisca per i lavoratori una prima esperienza e una scuola di gestione, ove imparino ad amministrare. Questa tesi è completamente controrivoluzionaria, perché il controllo operaio non può insegnare ai lavoratori altro che a gestire il capitale. E del resto esattamente quel che fanno in simili casi. Le scuole sindacali non servono che a formare amministratori del capitale a partire dalla classe operaia (cfr. l'attuale "cogestione" tedesca). Si presuppone una sorta di economia eterna, le cui leggi sarebbero pressappoco identiche sotto il capitalismo e sotto il comunismo: i lavoratori avrebbero dunque da apprendere le regole dell'amministrazione e dell'economia. Da sola, questa rivendicazione significa l'abbandono assoluto della comprensione del comunismo. In diversi Paesi (Francia, Italia, Gran Bretagna eccetera), lo slogan del "controllo operaio" conosce oggi una nuova stagione negli ambienti sinistrorsi e anche in certe tendenze dei partiti socialisti: si mescolano autogestione, gestione operaia e controllo operaio in una confusione totale e senza alcun collegamento con la teoria rivoluzionaria né col comunismo. Queste correnti sono, per contro, direttamente legate allo sforzo del capitale per rinnovarsi, come mostra il caso LIP in Francia (1973): si vede un militante cristiano, che rappresenta gli operai, accordarsi con un padrone membro del PSU.
Si potrebbe quasi dire che attualmente a livello mondiale una gran parte della produzione sia già autogestita dalla classe operaia. A effettuare i loro compiti (prendere un pezzo, metterlo su di una macchina eccetera) sono gli operai. La stretta applicazione delle norme e l'interdizione dell'iniziativa dei lavoratori disorganizzerebbero alquanto la produzione. E' evidente che, in una società comunista, il processo materiale della produzione è realizzato da coloro che lavorano, dai produttori, il che implica uno sconvolgimento gigantesco. Se i lavoratori non sono sottomessi a un'autorità esterna che concepisce per loro quel che fabbricano; se i produttori organizzano essi stessi il processo produttivo concreto (quel che Marx chiama "lavoro concreto"), questo solo fatto implica una trasformazione colossale (orari, organizzazione del lavoro, distruzione delle catene di montaggio e di tutti i meccanismi che mirano a controllare il lavoro per accrescerne la produttività). Ma il problema reale non sta li. Non si tratta per i proletari di rivendicare l'"ideazione" della produzione di cui assicurano oggi solo la "fabbricazione". La vera questione è quella del quadro nel quale si svolgono sia l'"ideazione" sia la fabbricazione: la finalità della produzione, la quantità effettiva dei beni prodotti, la loro natura... Determinante non è il processo materiale della produzione, che non pone particolari problemi: come si è visto in caso di guerra, di catastrofe, di grave crisi, persino di rivoluzione, i lavoratori prendono in mano l'apparato produttivo e lo fanno funzionare. Il vero problema è al livello dell'economia: è l'economia in quanto tale, e presa come un tutto, che si tratta di distruggere. Nella società capitalista, è la logica della merce a imporsi e a dominare tutto: cosa sarà prodotto, come eccetera. La totalità dell'economia è determinata dalle condizioni di produzione, che appartengono al capitale. La corrente autogestionaria, nata recentemente come reazione al movimento rivoluzionario, fornisce delle risposte al capitale via via che si presentano delle difficoltà. Nel migliore dei casi, la sua soluzione sarebbe sinonimo di autogestione del capitale. L'esempio della LIP è clamoroso: i compiti precedentemente del padrone divengono quelli degli operai. Oltre al processo materiale, gli operai s'incaricano dell'amministrazione. Fanno il lavoro dei padroni oltre al loro. Ma il problema sta nell'esistenza dell'economia e della merce, da distruggere. Tutti i problemi che la gestione può porre sono completamente differenti nella società non mercantile. E per questo che il controllo operaio è un'assurdità: non insegna e non può insegnare se non la gestione capitalista, quali che siano le intenzioni degli operai che l'esercitano. Gli operai non possono apprendere niente su quel che sarebbe la gestione di una società comunista controllando un padrone capitalista: verificando le somme versate alle assicurazioni, alla previdenza sociale, ai fornitori eccetera s'iniziano solo alla gestione di un'azienda, cioè di una somma di valori mercantili in relazione con altri. Il comunismo ha esattamente per obiettivo, e anche come compito immediato, la distruzione di questi meccanismi.
L'autogestione è la forma suprema del capitalismo. Si assiste attualmente alla distruzione della borghesia tradizionale da parte del capitale. Salvo che in Paesi come la Russia, è lo stesso sviluppo del capitale a liquidarla. Se non si colpiscono le basi dell'economia capitalista, si ha un'economia organizzata in imprese: unità che riuniscono ciascuna una certa quantità di capitale fisso e di forza-lavoro. Quest'ultima è organizzata in una maniera specifica, dovuta alla necessità di estrarre plusvalore. Si presuppone così la separazione tra lavoratori manuali, intellettuali, ingegneri, amministratori eccetera. L'autogestione li riunisce senza eliminare le separazioni che li dividono e li oppongono. Se questa stratificazione non è distrutta preventivamente, riappare necessariamente, che la produzione sia autogestita o no. Ciascuno si batte secondo la propria specificità, si organizza all'interno della propria categoria come in un racket per proteggere i propri
interessi. Può essere che, in una prima fase, i lavoratori manuali prevalgano, ma se vi è in seguito penuria di quadri perché le scuole non ne formano abbastanza, occorrerà aumentare i salari dei quadri per ottenerne. Si autogestisce dunque il capitale. L'autogestione equivale a conservare le categorie del capitale e a controllarle dall'interno (democrazia d'impresa), invece che dall'esterno (potere dittatoriale della direzione). Marx ha dimostrato da lungo tempo che la borghesia, il capitalismo, lo scambio non sono prodotti della malignità umana o della volontà di una minoranza che cerca di fare la bella vita a spese degli altri, ma il risultato di rapporti di produzione reali, essi stessi frutto di una situazione obiettiva. La merce ha costituito un progresso, e la proprietà privata è stata il modo di sviluppo dell'umanità nel corso di vari millenni. Le società che non le hanno conosciute sono spesso restate in una miseria aggravata dal divario e dal disequilibrio nei confronti del mondo scambista e capitalista. La funzione del capitalista e dell'amministratore non sono né un'aberrazione né il prodotto del male: non si possono togliere conservando il resto. Se non se ne distruggono le basi, essi hanno una funzione reale, che bisogna adempiere in un modo o in un altro. L'autogestione fa semplicemente svolgere dalla collettività delle funzioni prima garantite da uno strato separato. L'autogestione rappresenta il culmine del sogno, o dell'incubo, capitalista. E' il trionfo del capitale.
Allorquando il capitale ebbe riunito in uno stesso luogo degli operai che fino ad allora tessevano a domicilio, dando loro gli stessi telai che prima utilizzavano in casa, indi ebbe scoperto che si poteva aumentare la loro produttività scomponendo i loro gesti, e che potevano tanto meno battersi contro i padroni quanto meno erano qualificati, venne fabbricata una macchina che includeva nella sua stessa struttura la produzione di valore mercantile e la riduzione degli uomini a strumenti di questa valorizzazione. Il capitale non esiste nella testa della gente, è presente nella struttura delle abitazioni, degli appartamenti eccetera. Tutte le strutture sociali sono inscritte nella materia. Il fatto che noi viviamo in famiglie più o meno ristrette è inscritto nei caseggiati. Il capitale è presente nella struttura stessa della macchina. L'autogestione significherebbe che si è riusciti a creare una macchina che include nella sua stessa struttura lo sfruttamento, la disumanizzazione e la separazione di coloro che lavorano, e a persuaderli che non vi sarebbe altra soluzione: vi si è riusciti così bene che ora si può dire loro: "Adesso autogestitevi!". Ciò presuppone che, quando si dà ai lavoratori questa libertà illusoria, essi non abbiano alcun desiderio di rompere la macchina o di mettersi a lavorare diversamente. L'autogestione generalizzata significherebbe dunque un'accettazione generalizzata del capitalismo. Implica il fatto che la totalità dei valori del capitale si sia così ben materializzata dappertutto da poter lasciare la gente autogestire la società.
L'interesse della Sinistra italiana sta per l'appunto nell'aver largamente chiarito tale questione. Per un verso, essa è il contrario della Sinistra tedesca. E' un movimento teorico che preesisteva in parte al movimento rivoluzionario, che disponeva di un corpo dottrinario solido e relativamente stabile. E' d'altronde in ciò che i loro rapporti sono interessanti, soprattutto quando pervengono alle stesse conclusioni. La Sinistra italiana ha affermato e colto dei punti essenziali che quella tedesca non ha compreso. Ma, cosi come la Sinistra tedesca non ha potuto preservare la sua comprensione se non mantenendo una sorta di metafisica del proletariato, la Sinistra italiana l'ha conservata mischiandovi una metafisica del partito e della teoria. Si ha talvolta l'impressione che la teoria esista del tutto indipendentemente dal movimento pratico della classe. Ci si può domandare se il principale apporto della Sinistra italiana non sia di aver conservato certi punti essenziali della concezione di Marx, e innanzitutto la comprensione completamente giusta del Capitale, a cominciare dal Libro I: definizione del capitale e definizione del comunismo. Essa ha mantenuto la visione del comunismo come abolizione della merce e del salariato, mentre la Sinistra tedesca rimane poco chiara al riguardo.
In fin dei conti, il problema che ci si pone oggi, di fronte all'esperienza della rivoluzione tedesca e alle diverse correnti di sinistra che hanno resistito alla degenerazione della Terza Internazionale, è la questione del rapporto tra il comunismo e il proletariato. Quegli eventi dimostrano in effetti che esiste incontestabilmente all'interno del proletariato una tendenza comunista: non una tendenza ideologica, ma un movimento pratico verso il comunismo. La realtà della sua situazione lo conduce a sviluppare una pratica e delle prospettive comuniste. Ne è la prova il fatto che esso alimenta delle organizzazioni rivoluzionarie più o meno importanti, che quasi scompaiono in periodo di controrivoluzione ma che riappaiono poi. Ne è la prova il fatto stesso della pratica del proletariato in periodo rivoluzionario. Ciò vale sia per la rivoluzione russa sia per quella tedesca: non dimentichiamo in effetti la straordinaria ricchezza della rivoluzione russa, malgrado i suoi limiti. Tuttavia, il meno che si possa dire del rapporto tra proletariato e comunismo è che è complesso. Non c'è un collegamento univoco (in un solo senso) tra sviluppo capitalista, crisi, e attacco del proletariato contro il capitale. Il proletariato è stato preso e si è lasciato prendere dal capitale, per esempio nella rivoluzione tedesca: a livello dell'insieme della classe, i proletari volevano la pace, desideravano vivere decentemente, ma non volevano il comunismo. Essi d'altronde non lo percepivano nemmeno: solo una debole minoranza ne era capace. Il proletariato non esiste allo stato di entità osservabile e descrivibile come la maggior parte dei fatti sociali. Il proletariato è un rapporto con il capitale. E' il rapporto più importante nel seno stesso del capitale, il più importante rapporto interno al capitale. Il proletariato è un rapporto del capitale con se stesso. Esiste dunque necessariamente un legame tra la costituzione del proletariato in classe, cioè in categoria che si oppone alla società con obiettivi suoi propri, e la sua esistenza all'interno del capitale.
Per abbordare questo problema, è vitale assimilare bene e criticare contemporaneamente l'apporto delle Sinistre tedesca e italiana. Per esempio, sulla questione del comunismo, i punti di vista di Bordiga e di Socialisme ou Barbarie sono diametralmente opposti. Prendiamo come esempio Le Contenu du socialisme di Chaulieu, peraltro strettamente legato alla sua concezione del capitalismo e alle sue teorie economiche. In questo testo, Chaulieu è per il mantenimento del salariato. Con l'aiuto soprattutto di sociologi industriali, egli giunge a una visione assai profonda della realtà capitalista e della società moderna. Ha perduto totalmente di vista la dinamica del capitale, e la sua visione è quella di un sociologo e non di un marxista: ma all'interno stesso di questa visione sociologica, va molto lontano. Propone il capitalismo, ma senza i suoi lati cattivi. Non concepisce assolutamente una società senza salario e senza economia. Si pronuncia dunque per il salariato con eguaglianza di salari. E' il sogno del capitale realizzato. Il problema viene dal fatto che il capitale dovette svilupparsi a partire da una società non capitalista. Ma dal momento in cui esso domina assolutamente tutto, dalla nascita alla morte, il problema cambia. Nel capitalismo d'inizio secolo, la formazione del lavoratore qualificato veniva acquisita in modo relativamente individuale: era dunque normale che la si pagasse in seguito con un salario superiore a quello dell'operaio non qualificato. Ma se il capitale domina anche le condizioni di formazione della forza-lavoro, perché dovrebbe pagare un salario differente? Gli basta mantenere il lavoro. Le forze-lavoro riprodotte in modo differente dovevano essere remunerate diversamente. Se il capitale organizza l'istruzione dei bambini e la formazione delle differenti forze-lavoro, non ha che da mantenere tutti allo stesso prezzo. L'eguaglianza dei salari è inclusa nella logica del capitale: solo il sotto-sviluppo del capitale vi si oppone.
Siccome il capitalismo è incontrollabile, le soluzioni di tipo autogestionario, come tante altre, vogliono un capitalismo pianificato. Chaulieu inventa uno schema di "fabbrica del piano" autogestita, che poggia su di una visione assolutamente totalitaria. Immagina che si voterà per determinare gli investimenti, i salari, la parte riservata ai consumi eccetera, con l'aiuto di modelli matematici resi accessibili a tutti (tra cui le matrici di Leontieff). Tutti i problemi che riguardano oggi unicamente la classe dominante, domineranno dunque la totalità della società, nella prospettiva di una democrazia generalizzata. Le difficoltà del capitale saranno le difficoltà di tutti, e non più di una minoranza di gestori.
Se l'insieme dei costi di formazione della forza-lavoro sono coperti dalla società, Chaulieu giunge alla conclusione che in queste condizioni la differenza di formazione tra un operaio specializzato e un neurochirurgo comporterà solo una differenza salariale di uno a due. Egli suppone dunque che l'attività umana abbia un prezzo, e che si paragoni il valore rispettivo delle differenti forme di lavoro, remunerando le forze-lavoro. La forza-lavoro è dunque ancora una merce. E' esattamente il contrario della prospettiva di Marx. E' vero che l'elaborazione di questa teoria negli anni Cinquanta costituiva un tentativo considerevole per uscire dall'immobilismo. Prodotto originale della Sinistra tedesca, Socialisme ou Barbarie ha saputo porre i problemi operai e dell'organizzazione del lavoro ben prima che diventassero di moda. Ma li ha posti ignorando l'analisi di Marx. Qui, ancora, si vede che rivoluzione e controrivoluzione sono vicine: rispondono alle stesse questioni in modi opposti. Capitale e proletariato si sforzano entrambi di risolvere le contraddizioni del salariato. Ma, oggi, la tesi della gestione operaia fa solo il gioco del capitale. E ripresa sotto mille varianti da coloro che hanno bisogno di modernizzare la loro ideologia per partecipare alla direzione politica del capitale. Poiché la crisi della società è visibile a occhio nudo, tutti coloro che ricercano un potere qualunque sono e saranno obbligati a riprendere, in un modo o in un altro, le posizioni autogestionarie.

Note
(*) Il presente testo è la trascrizione di una relazione (registrata col magnetofono), fatta nel corso di una discussione organizzata tra un compagno francese e alcuni compagni messicani, cileni e colombiani, nel 1974, poi pubblicata nella "Petite bibliothèque bleue”, Editions de l'oubli, Paris, 1974. L'autore "ufficiale" è Nashua, pseudonimo di certo Pierre Guillaume. Questi, come Mussolini, fu per qualche tempo un rivoluzionario. Alla fine degli anni '70 divenne portavoce – insieme a Faurisson e Thion - della corrente negazionista, mediocre ancella ideologica della corrente della destra "revisionista" e fascista. Oggi, questo personaggio è un partigiano dell'ultradestra antisemitica. Durante questi ultimi anni, Guillaume è stato compagno di "pensiero" del fascista Maurice Bardèche, fondatore della rivista "Occident".
(1) Kommunistische Arbeiter Partei Deutschlands: Partito Operaio Comunista di Germania.
(2) Allgemeine Arbeiter Union: Unione Generale Operaia.
(3) Allgemeine Arbeiter Union-Einheitsorganisation: Unione Generale Operaia-Organizzazione
unitaria.
(4) Gruppe Internationaler Kommunisten-Holland: Gruppo dei Comunisti Internazionali-Olanda.

(Pierre Guillaume, Prospettive sui Consigli, la gestione operaia, e la Sinistra tedesca (1974), "Left Wing Communism", http://www.left-dis.nl/i/nashua.htm)

sabato 3 aprile 2010

Nazione e classe operaia (1920), di Heinrich Laufenberg e Friedrich Wolffheim

Il comunismo è la dottrina della lotta di classe del proletariato nella società capitalistica. Il suo obiettivo è la distruzione del sistema capitalistico mondiale e la sua sostituzione con una Comune dell'economia mondiale.

Lotta e obiettivi sono internazionali. Borghesia e proletariato sono condizionati nella loro esistenza dal modo di produzione capitalista. La lotta tra borghesia e proletariato attraversa ogni singola nazione, lacerandola in campi avversi attraverso la contraddizione di classe. Tuttavia, dato che le classi possono esistere solo finché dura la società capitalista, alla fine della lotta ci sarà l'abolizione delle contraddizioni di classe in tutti i paesi grazie alla vittoria del proletariato. Nel momento in cui il proletariato ha distrutto il modo di produzione capitalista e con esso la società classista, il capitalismo e il lavoro salariato, il proletariato abolisce la borghesia e se stesso come classe nulla-tenente. In questo modo il proletariato elimina le basi per le differenze di classe all'interno delle nazioni.
La società comunista pone tutti i membri del popolo come liberi e uguali.
La società comunista nascerà dal lavoro socializzato del popolo senza classi, e il suo completamento sarà una confederazione dell'economia di tutti i popoli senza classi nella Comune Mondiale.
La lotta rivoluzionaria del proletariato che nasce nel seno della nazione borghese afferra le tendenze rivoluzionarie che si trova davanti fin dall'inizio. Quando la società borghese entrò in conflitto contro i poteri feudali per ottenere la sua struttura politica, il proletariato combatté nelle prime file della borghesia come il più energico strato sociale della rivoluzione. Dopo la vittoria della borghesia sul feudalismo, il proletariato si ingaggiò in una nuova lotta rivoluzionaria: mentre appoggiava l'ala rivoluzionaria della borghesia, combatteva contemporaneamente per il raggiungimento del suo obiettivo di classe, cioè l'allargamento della sua base rivoluzionaria contro la classe borghese.
Il processo storico della rivoluzione borghese mostra che la lotta emancipatrice borghese sviluppa i temi della liberazione dell'umanità, ma è tuttavia incapace di risolvere il problema del superamento della società borghese. Tutti questi problemi ricadono sulle spalle della lotta proletaria. Il tema più importante, quello su cui tutti gli altri convergono, è l'organizzazione della nazione. Infatti, l'espressione politica della società borghese è lo stato borghese che cerca di organizzare la nazione come sua base di fatto. E dato che questo tipo di organizzazione le è riuscita male come la soluzione di tutti i problemi dell'umanità creati dalla società borghese, il proletariato, per realizzare la sua emancipazione, deve conquistare e distruggere lo stato borghese, e è obbligato a ripartire dai compiti che la rivoluzione borghese ha lasciato inattuati.
La posizione del proletariato nei confronti della nazione fu esposta nel Manifesto di Marx: "I lavoratori non hanno patria. Non gli si può togliere quel che non hanno. Nella misura in cui il proletariato deve conquistare il potere politico, ergersi a classe nazionale e costituire se stesso come nazione, è ancora nazionale seppur non nel senso borghese".
I proletari sono senza-beni e senza-terra. E come senza-terra sono anche senza patria.
Lottando per distruggere la società borghese il proletariato dirige la sua lotta contro lo stato borghese e contro l'organizzazione borghese dello stato. Ma nel momento in cui il proletariato si aggrega all'interno dello stato borghese come classe nazionale per sollevare la sua organizzazione di classe al livello di organizzazione nazionale attraverso il superamento dello stato borghese, si impadronisce della terra e delle sue ricchezze. Così cessa di essere spossessato, senza terra e senza patria. Così il proletariato è diventato esso stesso nazione e non può più esser anti-nazionale perché non può andare contro se stesso.
Diventa così il portatore della cultura nazionale e dell'idea nazionale. Questo processo di trasformazione inizia con la lotta per il potere, con l'esplosione della rivoluzione proletaria.
La Commune di Parigi del 1871 fu il primo tentativo di instaurare una dittatura proletaria, cioè un'organizzazione statale proletaria. La Francia bonapartista aveva perso la guerra; la borghesia francese per paura di dare armi al proletariato preferì fare compromessi da traditori col nemico; allora il proletariato di Parigi insorse per organizzare la resistenza e per proteggere la repubblica nata dal crollo del II Impero dagli artigli della borghesia francese e dei conquistatori stranieri.
Parigi era la capitale di uno stato fortemente centralizzato e il suo proletariato, nel momento in cui prese il potere su questo stato, si pose immediatamente il problema della questione nazionale.
E' interessante notare che Marx, capo della I Internazionale del 1863, sollevò subito il problema del significato della politica nazionale de La Commune e la necessità di una organizzazione nazionale per la politica rivoluzionaria del proletariato.
Marx scrisse: "(...) In un progetto dell'organizzazione nazionale che La Commune non ebbe tempo di elaborare, c'è scritto espressamente che la municipalità avrebbe avuto la stessa amministrazione di un villaggio e che l'esercito permanente sarebbe stato sostituito da una milizia popolare di leva temporanea. I comuni di ogni distretto avrebbero amministrato gli affari attraverso un assemblea di delegati scelti nel capoluogo di distretto e a sua volta questa assemblea avrebbe inviato i suoi delegati a l'Assemblée Nationale a Parigi. I delegati potevano essere sostituiti in ogni momento e erano legati alle deleghe dei loro elettori. Le poche ma importanti funzioni che restavano in mano al governo centrale non sarebbero state eliminate ma attribuite a delegati legati da una stretta responsabilità (verso gli elettori). L'unità della nazione non sarebbe stata frantumata, bensì organizzata attraverso una costituzione comunale. Sarebbe dovuta diventare una realtà attraverso la distruzione del potere statale il quale si presentava come la realizzazione dell'unità statale, mentre invece era una escrescenza parassitaria sul corpo della nazione".

Questo breve progetto descriveva la completa costruzione di uno stato proletario. Inoltre grazie alle rappresentanze dei lavori delle attività produttive, questo progetto coincide col moderno sistema consiliare, come noi lo concepiamo: organizzazione di amministrazione autonoma su base federalistica, con membri intermedi centralizzati e un vertice governativo eletto da quella che Marx ancora chiamava Assemblée Nationale (parlamento nazionale). Un sistema basato su una progressività gerarchica in cui ogni delegato può esser revocato dai suoi immediati deleganti.
Anche la Costituzione sovietica non può far a meno di riconoscere e legalizzare espressamente il diritto all'autodeterminazione delle nazioni. Nel secondo paragrafo del I articolo della dichiarazione dei diritti dei lavoratori si legge: "La repubblica russo-sovietica è basata sulla base di una federazione di libere nazioni".
Se l'Ufficio della III Internazionale di Mosca si arroga il diritto di sottoporre tutti i paesi alla dittatura dei politicanti del partito comunista russo, entra in conflitto non solo contro la praxis scientifica del comunismo, ma anche contro i princìpi costituzionali di uno stato proletario.
Il termine "nazione" è di origine latina e nell'antichità non ha una valenza corrispondente all'uso politico odierno. Questo termine definisce quello che noi chiamiamo "Landsmannschaft".
Solo nel medioevo questa parola assume un valore politico. Il dominio della nobiltà tedesca e dei liberi contadini, che si estendeva dalla foce del Rhein della Maas e della Schelde fino al Kurland, ai Carpazi e al sud fino all'Italia, a cui furono aggregati Polonia, Ungheria e Spagna (attraverso incroci dinastici), tutto questo fu chiamato Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca.
Più tardi i concetti di stato e nazione diventarono un marchio dell'era borghese.
La lotta politica della borghesia fu fatta contro il potere feudale e la sua organizzazione economica e statale. L'economia feudale è un economia a riproduzione semplice. Ogni villaggio, ogni città producevano quello che loro stessi consumavano. Il loro ristretto commercio di scambio si limitava a generi di lusso. Una barriera di dazi e gabelle si estendeva su tutto il paese, per mantenere la protezione dell'economia locale. Questo modo di produzione corrispondeva all'organizzazione statale. Si basava su rapporti di vassallaggio personali. Indipendentemente dalle differenze tra i vari popoli lo stato feudale poteva estendersi finché potevano stabilirsi rapporti di vassallaggio con i proprietari terrieri. L'economia e l'organizzazione statale borghese sono diversi. L'economia borghese si basa sullo scambio. Quanto più l'economia borghese si generalizza, tanto più assume tratti capitalistici. Per questo, l'economia borghese è interessata a eliminare tutte le barriere doganali interne, in modo che possano sorgere aree sempre più vaste in cui siano unificate la lingua commerciale, i costumi, le abitudini, le leggi. Il tutto controllato da un potere fortemente centralizzato al servizio delle forze capitaliste che tendono a impadronirsi del mercato interno e a sviluppare la loro superiorità rispetto alla mini-produzione feudale. Questo sviluppo si concluderà con la concorrenza tra le forze economiche dei diversi paesi capitalistici.
Perciò, dalla contrapposizione storica tra i sistemi statali ed economici borghese e feudale deriva che la fusione di diverse nazionalità in un intero popolo all'interno di una unità nazionale, cioè di una grande nazione, rappresenta l'obiettivo della politica borghese-capitalista.
Tuttavia, lo stato borghese non è in grado di realizzare questo obiettivo. Nemmeno in Francia dove si è lottato per secoli per raggiungere la creazione di uno stato nazionale, si è riusciti a unire tutte le nazionalità in una entità statale.
Questa incapacità deriva dal modo di produzione capitalistico.
Economia di scambio e concorrenza sono il leitmotiv della creazione e demarcazione reciproche delle aree economiche.
Come un tempo nel mondo feudale gli interessi generali dell'uomo erano subordinati agli interessi personali dei signori feudali, così questi interessi generali vengono subordinati agli interessi dei mercati.
Dal momento che la libertà borghese e la sua uguaglianza si rivelarono non esser altro che libertà per lo sfruttatore di sfruttare le classi nulla-tenenti, cosa altro poteva essere la nazione, che nasceva dalla lotta di classe borghese, se non un organismo per realizzare una realizzazione pianificata dell'economia capitalista, interessata non agli interessi generali della popolazione, bensì solo agli interessi particolari dei proprietari di danaro e merci?
Nella misura in cui la borghesia si impadronisce del potere, la politica dello stato diventa una coalizione di interessi economici opposti a quelli di altri stati. Di conseguenza il problema della sistemazione dei confini nazionali diventa un problema di potere politico al servizio degli interessi del capitalismo.
Laddove gli interessi capitalistici richiedono il controllo di foci fluviali, di centri economici, di ricchezze naturali e di strade commerciali, laddove la borghesia capitalista ha preso il potere, vengono messi i confini corrispondenti ai suoi interessi privati e i popoli vengono messi gli uni contro gli altri.
Con lo sviluppo del commercio mondiale comincia lo scontro per il controllo dei porti e delle coste, il quale ingloba all'interno delle singole nazioni gli interessi coloniali e subordina la geopolitica continentale (europea) ai rapporti di forza nelle colonie.
Nella loro ingordigia di assicurarsi monopoli e domini, le borghesie in competizione mettono un popolo contro l'altro; si inghiottono frazioni di popolazioni all'interno del loro stato, creano stati artificiali, che di per sé non sono nemmeno in grado di sopravvivere e che non hanno nemmeno diritti all'esistenza, ma che devono la loro esistenza alla rivalità delle grandi potenze.
E così come gli apparati militari centralizzati corrispondono alla politica centralizzata dello stato borghese, l'esercito viene rafforzato, in quanto mezzo della politica capitalista per imporre la disgregazione dei popoli più deboli.
La borghesia è incapace di attuare libertà e uguaglianza e tanto meno è in grado di organizzare i popoli in un quadro nazionale. Mentre opprime classi della propria popolazione inquadrati nel meccanismo statale, si incorpora popoli appartenenti a altri stati, separandoli dai loro connazionali. Incapace come è nell'organizzare delle nazioni, la borghesia corrompe il concetto di nazione, sostituendo al concetto di appartenenza a un popolo, quello di appartenenza a uno stato. In questo modo trasforma il concetto di nazione in quello di nazionalità.
Dato che nello stato borghese la nazione diventa nazionalità, la liberazione di una nazione dipende dalla distruzione dello stato borghese.
Solo la distruzione della nazione può eliminare il concetto di nazionalità e permettere a popoli separati e lacerati di riunirsi in nazioni; solo la rivoluzione proletaria può raggiungere questo scopo.
La distruzione della federazione dei principati tedeschi con la rivoluzione del 1918 spazzò via in un sol colpo lo sviluppo che la Germania aveva intrapreso a partire dalla rivoluzione del 1848. Gli organi politici nati con la rivoluzione del novembre 1918, i Consigli, ebbero immediatamente nelle loro mani l'intero potere sia nelle schiere dell'esercito che in quelle popolari.
Questi Consigli non si sentirono impegnati a preoccuparsi dei nuovi confini imposti alla stato federale tedesco sconfitto, in quanto la loro preoccupazione principale fu quella dell'instaurazione di una politica nazionale che eliminasse gli interessi dinastici che fino a allora avevano impedito la realizzazione di una organizzazione popolare.
I fachiri socialdemocratici con le loro appendici di ululanti sciamani indipendenti e di analfabeti spartakisti, si erano immaginati che la rivoluzione si potesse attuare senza problemi, se i politicanti dei partiti operai si fossero messi a sedere davanti alla mangiatoia dell'amministrazione statale, una volta cacciata via la casta dei prìncipi. Pensavano di risolvere tutto facendo risuonare come fauni in costume da bagno i flauti pacifisti delle "wilsonate" internazionali. Senza capire che la rivoluzione richiedeva un'organizzazione della Germania completamente nuova e che questa si poteva ottenere solo attraverso il consolidamento dei Consigli rivoluzionari e della classe rivoluzionaria stessa; viceversa cercarono di gestire un apparato statale che restava nelle mani di quelli che lo avevano costruito. A questa folle politica si accompagnò un crollo all'interno, un caos economico e una lotta di tutti contro tutti che consegnò la Germania mani e piedi agli sciacalli della Lega delle nazioni.
Gli avvoltoi della finanza mondiale che tremavano davanti alla forza della rivoluzione russa, non si immaginavano nemmeno, secondo le loro stesse ammissioni, di poter spremere dalla rivoluzione tedesca quello che la vigliaccheria socialdemocratica gli ha consegnato. Il governo socialdemocratico coalizzato con gli agenti tedeschi della finanza internazionale hanno firmato il trattato di Versailles, sebbene sapessero che la sua realizzazione avrebbe per sempre cancellato dall'atlante la Germania come stato indipendente e avrebbe seppellito il suo popolo come letame culturale e carne da cannone. Il naturale prodotto dell'acrobatica socialdemocratica è l'accordo di Spaa che almeno ha prodotto un risultato: cioè che dopo due anni di castrazione della rivoluzione la classe operaia tedesca si sta sollevando di nuovo per liquidare quei banditi che per difendere i loro interessi hanno coscientemente impedito il consolidamento della rivoluzione e la formazione di un nuovo stato.
Ogni organizzazione statale si basa su un apparato politico-burocratico e su una fusione di masse popolari che sono sottomesse a questo apparato.
In ogni stato la classe dominante è quella che possiede il vero potere, quello delle armi.
Per ogni nuova organizzazione statale si rende perciò necessaria una organizzazione che abbia il controllo degli armamenti.
Il proletariato, prendendo il potere, organizza l'armamento dei proletari che creano i loro organi di controllo nella distribuzione delle armi. Sull'organizzazione degli armamenti si basa la dittatura del proletariato. L'uguaglianza nel diritto all'uso delle armi corrisponde all'uguaglianza di tutti gli altri diritti. Questa uguaglianza di potere e di diritti esclude ogni violazione da parte di gruppi con interessi personali. I Consigli nascono dalla classe operaia in armi come strumenti per la dittatura proletaria. La dittatura proletaria viene organizzata attraverso la loro coesione in tutto il paese e attraverso il controllo dal basso. Lo stato proletario così formatosi detta le proprie leggi e impone il loro riconoscimento con tutti i mezzi di potere statale.
Lo stato proletario è una organizzazione popolare che non riconosce nessun potere al di fuori di quello popolare. Il proletariato, armandosi come classe, crea una sua organizzazione e usa il potere ottenuto attraverso le armi per estendere l'organizzazione di classe fino a farla diventare organizzazione di popolo. L'armamento del proletariato distrugge insieme allo stato capitalista, le fondamenta dell'organizzazione di classe della borghesia e cancella ogni suo influsso politico. Il monopolio della borghesia sui mezzi di produzione viene eliminato, le sue organizzazioni economiche vengono sciolte, l'economia nel suo complesso passa sotto il controllo della società.
Per prevenirsi da ogni possibile ritorno al potere della borghesia, il proletariato distruggerà i privilegi che la borghesia possedeva nella società borghese.
In tal modo la borghesia cessa di esistere come classe, e di lei resteranno, al di fuori del proletariato, solo singoli individui, residui della classe borghese distrutta. Il proletariato distribuirà questi individui all'interno delle sue organizzazioni di classe, imponendo a ogni individuo l'adempimento di un lavoro socialmente utile. Tutte le professioni borghesi che nello stato borghese avevano un utilità sociale - medici, tecnici, insegnanti e specialisti di ogni tipo - eserciteranno le loro attività sotto controllo pubblico in collegamento con gli organi consiliari.
Nella misura in cui si estende l'inserimento delle precedenti professioni borghesi all'interno dell'organizzazione proletaria, si allarga anche la base democratica della dittatura proletaria. La premessa perché gli ex tecnici borghesi abbiano parità di diritti coi proletari è il loro volontario adeguamento al sistema socializzato creato dal proletariato. Nei casi di resistenza o sabotaggio saranno ovviamente prese le contromisure. Quelli che finora si erano abituati a guadagnare senza lavorare - speculatori, rentiers, farabutti etc. - e si rifiutano di cooperare con l'organizzazione statale socializzata, saranno privati dei diritti civili e saranno considerati come soggetti al potere dello stato. Da ciò ne consegue che in uno stato operaio tutti diritti sono condizionati all'esecuzione di lavori socialmente utili.
La lotta di classe del proletariato si realizza in tutti i paesi come lotta contro la propria borghesia e contro il proprio stato. Dovunque il proletariato ha preso il potere sorge con la nascita dello stato proletario la premessa per la creazione di una organizzazione nazional-popolare.
L'organizzazione armata del proletariato ha come scopo quello dell'inserimento forzato o volontario della borghesia nelle file del proletariato. In questa reciproca penetrazione si giungerà all'abolizione delle contraddizioni tra proletariato e borghesia col conseguimento di un unità sociale più elevata.
La completa realizzazione dell'organizzazione del popolo attraverso il proletariato eliminerà i confini statali capitalistici. Eliminerà le nazionalità e attuerà l'unità nazionale dei popoli. Per la prima volta nella storia i popoli si presenteranno come unità culturali omogenee. Unità linguistica, storica, economica e unità culturale: queste saranno le basi per i raggruppamenti dei popoli e per i loro confini.
Fintanto che questa organizzazione dei popoli non si realizzerà su tutto il pianeta, sussisterà in ogni Paese una forma statale, che però morirà con la realizzazione della Weltkommune (Comune Mondiale) in una società mondiale senza classi.
La completa realizzazione dell'organizzazione nazionale del popolo si scontrerà dapprima contro la resistenza delle borghesie degli altri paesi che non possono accettare la realizzazione di una unità nazionale operata dal proletariato, pena la loro sparizione.
Ma la lotta di classe del proletariato non termina con la distruzione della borghesia nel proprio paese. La vittoria del proletariato in un paese è la premessa per l'abbattimento della borghesia in tutti i paesi.
Perciò il proletariato vincitore in un paese sosterrà la lotta di liberazione dei proletari di tutti i paesi aiutandoli a raggiungere la vittoria.
La rivoluzione proletaria realizzata su tutta la terra avrà come risultato l'abolizione dello sfruttamento e della schiavitù su tutta la terra e si realizzerà come libera unione delle Comuni economiche nazionali, come federazione delle nazioni, grazie a cui si svilupperà la Comune Mondiale.

(tratto dal blog NazionalBolscevismo, http://nazbol.splinder.com/archive/2009-02)

sabato 27 marzo 2010

Un ribelle nelle Rivoluzione tedesca 1918-1921 (1929) (1), di Max Hölz

(...) Potei insomma dividere con i miei camerati le privazioni e le fatiche del fronte, contento di non passarmela meglio di quanti fino a ieri mi facevano vergognare di me stesso. Ricevetti la Croce di Ferro e la medaglia di Federico Augusto,(1) e partecipai a tutte le battaglie del 27° corpo d'armata sui fronti occidentale e orientale nel 1917.
Durante la marcia di avvicinamento alla Russia conobbi per la prima volta in vita mia un socialista, con il quale mi capitò casualmente di legare sul piano personale. Georg Schumann, redattore della "Leipziger Volkszeitung",(2) era in quel momento un soldato al fronte denunciato e tradotto davanti al tribunale di guerra della nostra divisione.(3) Con alcuni commilitoni, ero incaricato di sorvegliarlo e passavamo insieme giornate intere. Nonostante fosse espressamente vietato parlare coi prigionieri, discutevamo spesso con lui. Egli non faceva alcun mistero delle sue idee socialiste rivoluzionarie e si dava anzi da fare per conquistarci alla causa, malgrado la nostra indifferenza politica. Ciò che Schumann raccontava era impressionante, nuovo, incredibile. Era come gettare lo sguardo su di un altro mondo, di cui sino ad allora non avevo neppure sospettato l'esistenza. Non comprendevo quasi nulla di ciò che diceva, ma tutto eccitava la mia mente e mi indicava la strada verso una nuova concezione del mondo, che fino ad allora non avevo neppure osato sognare. Il pubblico ministero chiese dodici anni di prigione; Schumann si ritrovò con una condanna a sei mesi per "propaganda disfattista" condotta tra i soldati.
In Galizia, mentre avanzavamo verso la frontiera russa, ricevemmo le prime sommarie notizie dello scoppio della Rivoluzione russa. Malgrado non fossimo socialisti, i racconti dei prigionieri russi sulla creazione dei Consigli operai e dei soldati ci impressionarono profondamente. I soldati tedeschi che non avevano mai avuto a che fare con il socialismo - ero uno di quelli - compresero d'istinto che si trattava di una radicale trasformazione che non coinvolgeva unicamente la Russia. Quasi tutti ebbero la stessa impressione: la guerra stava per finire. Quando una parte importante delle truppe tedesche sul fronte orientale cominciò a fraternizzare con i soldati russi, lo Stato maggiore decise di sostituire i reparti, cosicché noi fummo spostati sul fronte occidentale. (...)

Note
(1) Ordine sassone creato in onore dell'Elettore di Sassonia, Federico Augusto (1750-1827).
(2) Uno dei più antichi giornali socialdemocratici tedeschi; nel 1917 e fino alla riunificazione socialdemocratica del 1924, la redazione si allinea con l'USPD.
(3) Schumann (1886-1945) è stato meccanico e sindacalista prima di diventare redattore del "Leipziger Volkszeitung". Dal 1919 è dirigente del Partito comunista a Leipzig e, dal 1921, membro del Comitato centrale. Attivo nella resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale, viene condannato a morte e ucciso dai nazisti.

(tratto da Max Hölz, Un ribelle nelle Rivoluzione tedesca 1918-1921, Biblioteca Franco Serantini-Collegamenti/Woobly, Pisa-Genova, 2001, pp. 35-36)

domenica 14 marzo 2010

Il partito comunista in Germania (1914-1924), di Circolo di Iniziativa Proletaria G. Landonio

Cronistoria della formazione, sviluppo e crisi del partito rivoluzionario in Germania nel decennio 1914-1924

1914

(4 agosto) Spd vota i crediti di guerra: i social-democratici si rivelano social-imperialisti.

(4 agosto) Riunione degli "internazionalisti" attorno a Rosa Luxemburg.

1915

(18 febbraio) Rosa Luxemburg viene arrestata.

(4 marzo) I Conferenza dell’Opposizione a Berlino.

(14 aprile) Viene pubblicata la rivista "Die Internazionale".

(27 maggio) Volantino di Karl Liebknecht: "Il nemico principale si trova nel proprio paese".

(dicembre) Nel corso di un nuovo plenum della Spd, il gruppo dissenziente (Bernstein, Kautsky, Haase) vota contro il rinnovo dei crediti di guerra. Essi vengono espulsi dal partito. I deputati espulsi formano la Cooperazione socialdemocratica. In seguito formeranno l'Uspd.

1916

(1 gennaio) La Conferenza del gruppo Internazionale a Berlino approva le tesi contro la guerra imperialista di Rosa Luxemburg.

(1 maggio) Manifestazioni operaie contro la guerra (Liebknecht in uniforme distribuisce volantini e viene arrestato).

(1 settembre) Prima lettera di Spartakus.

[Rosa Luxemburg: La crisi della socialdemocrazia].

1917

(7 gennaio) Conferenza dell'Opposizione nella Spd a Berlino.

(18 gennaio) Tutti gli oppositori vengono espulsi dalla Spd.

(5 aprile) La Conferenza degli spartakisti si pronuncia per un partito coi centristi: i "comunisti radicali" sono contrari.

(6-8 aprile) Congresso a Gotha di fondazione dell'Uspd (Partito socialista indipendente, centrista): Kautsky, Bernstein, Haase, Ledebour. [Nel 1922 riconfluiranno nel Spd, tranne Ledebour]

(16-23 aprile) Grandi scioperi a Berlino e Lipsia.

(2 agosto) Manifestazioni di marinai.

(25 agosto) Processi e condanne dei dirigenti dei marinai.

(5 settembre) Kobis e Reichpietsch vengono fucilati.

1918

(28-31 gennaio) Sciopero a Berlino e in altri centri operai

(1 ottobre) I capi dell'esercito tedesco si pronunciano per la pace. In pratica, i militari, unitamente alla classe dirigente politica, gettano la spugna: sul fronte esterno, la guerra è nell'impasse - fallimento dell'offensiva sul fronte occidentale di marzo-giugno -, mentre sul fronte interno crescono le tensioni sociali.

(1 ottobre) La Conferenza comune degli spartakisti e dei radicali di sinistra si pronuncia per la rivoluzione socialista e il potere dei consigli.

La Germania vive un vuoto di potere che, il 2 ottobre, cerca di colmare il governo di Max di Baden, con due ministri del Spd (i membri sono detti maggioritari). I partiti non-socialisti sembrano essersi volatilizzati. I funzionari statali si consultano sulla linea di condotta da tenere. A Berlino (il 9 novembre), il prefetto di polizia del Land di Prussia, von Jagow, cede il posto a Emil Eichorn, indipendente di sinistra. Episodi analoghi avvengono in tutta la Germania.

(21 ottobre) Viene liberato Liebknecht, in galera dall'1 maggio 1916, perché, in divisa, aveva distribuito a Berlino volantini contro la guerra. Grazie a questa sua attività, Liebknecht gode ora di un enorme prestigio.

(30 ottobre) Agitazioni nella marina da guerra: manifestazione a Stoccarda. Insurrezione a Vienna, cade la monarchia e inizia la disgregazione dell'impero asburgico.

[(31 ottobre) La Turchia firma l'armistizio con l'Intesa.]

[(2 novembre) Armistizio austro-italiano, posticipato in modo fraudolento, per consentire all'esercito italiano di giungere il più vicino possibile a Vienna, dove sono in atto grandi agitazioni sociali (con la cd. battaglia di Vittorio Veneto).]

(3 novembre) Ammutinamento dei 20.000 marinai della base di Kiel. Fondazione del Partito comunista austriaco.

(5-9 novembre) In tutte le principali città tedesche (oltre trenta) sorgono i consigli degli operai e dei soldati, in 15 giorni furono oltre 10.000. Una parte della borghesia sostiene i consigli degli operai e dei soldati, un'altra contrappone i consigli dei cittadini (talvolta distinti secondo le professioni: medici, avvocati, giudici, proprietari e anche preti, Broué p. 159) che, sul piano militare, oppongono alle guardie operaie le guardie civiche.

(9 novembre) Insurrezione operaia a Berlino, la maggiore metropoli industriale d'Europa che, in quei giorni, conta 200.000 disoccupati. L'ultimo Kaiser della Germania, Guglielmo II, fu costretto ad abdicare. Dopodiché venne proclamata la Repubblica, passata alla storia col nome di Weimarer Republik (Repubblica di Weimar). Il socialdemocratico Friedrich Ebert prese le redini del potere e divenne il cancelliere del Reich. Costituzione di un governo Spd e Uspd, che ha l'appoggio del "gran quartier generale di Spa". Ossia del vertice militare, capeggiato da Hindenburg e Groner, che fu l'unica istituzione statale a mantenere intatta la propria struttura di potere. Ebert, attraverso una linea telefonica segreta (il numero 998), è in contatto diretto con il gran quartier generale. Dopo oltre un mese, questo è il primo passo per colmare il vuoto di potere. Inizia il processo di normalizzazione.

(10 novembre) Ebert e il gabinetto Spd-Uspd ottengono la fiducia dei consigli.

(11 novembre) Nasce la Lega Spartaco, con una direzione centrale, ma resta sempre all'interno dell'Uspd.

(11 novembre) Il nuovo governo tedesco firma con l'Intesa l'armistizio di Rethondes. Prima tappa del processo di normalizzazione.

(16 novembre) Accordo fra i sindacati e il padronato (Arbeitsgemeinschaft: comunità di lavoro): regolava alcune modalità della smobilitazione, fissava a otto ore la giornata lavorativa, prevedeva i contratti collettivi e gettava le basi dei Comitati di impresa, i cui poteri apparivano tuttavia assai ridotti. La proprietà privata dei mezzi di produzione non è assolutamente posta in discussione. (Gilbert Badia, Lo Spartachismo, Savelli, Roma, 1976, p. 154).

[(20 novembre) Fondazione del partito comunista ungherese.]

(4 dicembre) Berlino, per iniziativa del generale Maercker, prende avvio la formazione dei corpi franchi, su modello di quelli già costituitisi all'Est (Prussia Orientale e Paesi baltici), "per lottare contro il bolscevismo".

(6 dicembre) Il consiglio dei commissari del popolo decide di convocare l'Assemblea costituente.

(dicembre) Fallisce un putsch contro-rivoluzionario a Berlino.

(7 dicembre) Manifestazione armata di Spartaco a Berlino.

(Seconda tappa del processo di normalizzazione.)

(10 dicembre) A Berlino sfilano dieci divisioni reduci dal fronte, al comando del generale Lequis, che propone al governo Ebert: "Disarmo dei civili, rastrellamento dei quartieri poco sicuri, esecuzione immediata di chiunque eserciti illegalmente funzioni di autorità". Ebert si oppone per evitare scontri "dall'esito incerto", e propone un compromesso, dalle conseguenze deleterie, in quanto avalla la leggenda della "pugnalata alle spalle", che darà fiato alla propaganda nazionalista.
In realtà, come spiegherà più tardi il generale Groner: "Le truppe avevano un tale desiderio di tornare alle loro case, che con queste dieci divisioni non c'era nulla da fare. Il programma che consisteva nell'epurare Berlino dagli elementi bolscevichi e ordinare la consegna delle armi non poteva essere realizzato". (p. 221)

[(16 dicembre) Fondazione del partito comunista polacco.]

(16-21 dicembre) Il congresso dei consigli si pronuncia a favore dell'Assemblea nazionale. Terza tappa del processo di normalizzazione. Da questo momento in poi, la mediazione politica lascia sempre più spazio al confronto armato.

(23-24 dicembre) Berlino, combattimenti armati fra i marinai (rossi) e soldati. Ebert tenta una soluzione politica, che viene intralciata dall'intervento della divisione di cavalleria della guardia, al comando del capitano Pabst.

(25 dicembre) Manifestazioni operaie a Berlino, occupazione dello stabile del "Vorwarts" (quotidiano della Spd).

(29 dicembre) In seguito agli avvenimenti dei giorni precedenti, gli indipendenti (Uspd) escono dal governo, dove i socialdemocratici si avvicinano sempre di più ai militari, in particolare ai corpi franchi del generale Maercker.

(30 dicembre) Si apre il Congresso di fondazione della Kpd(s), con la fusione di comunisti, spartakisti, radicali di sinistra, alla presenza di Radek.

1919

(1 gennaio) Berlino, fondazione del Kpd(s) (Partito comunista di Germania - Spartaco).

(4-5 gennaio) Berlino, grandiose manifestazioni (oltre duecentomila persone) contro la manovra socialdemocratica di estromettere dalla prefettura di polizia di Berlino il socialista di sinistra (Uspd) Emil Eichorn. Occupazione di edifici pubblici, giornali e tipografie. Gli eventi assumono una connotazione rivoluzionaria.

(6-12 gennaio) Entrano in azione i corpi franchi: dopo violenti scontri, reprimono ogni focolaio di resistenza proletaria e ristabiliscono l'ordine a Berlino.

(15 gennaio) Assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. Sulla loro testa (vivi o morti), la sezione XIV del Reggimento Reichstag (Parlamento, fondato dalla Spd) aveva posto una taglia di 100.000 marchi, sottoscritta dal ministro socialdemocratico Philipp Sheidemann e dal faccendiere Georg Sklarz, finanziatore del reggimento (Frölich, p. 360).

(18 gennaio) Inizia la Conferenza della pace.

(19 gennaio) Elezioni per l'Assemblea costituente. Il processo di normalizzazione si chiude.

(febbraio) Inizio delle spedizioni dei corpi franchi nelle altre città tedesche.

(11 febbraio) Ebert eletto presidente. Governo Scheidemann di coalizione.

(12 febbraio) Arresto di Radek.

(febbraio) Sciopero nella Ruhr.

(1 marzo) I corpi franchi a Halle.

(2-6 marzo) Congresso straordinario dell'Uspd a Berlino.

(3 marzo) Proibizione della "Rote Fahne" (Bandiera rossa).

(3-8 marzo) Sciopero generale e repressione; "settimana di sangue" a Berlino.

(10 marzo) Arresto e assassinio di Leo Jogiches; Paul Levi assume la direzione della Kpd(s).

[21 marzo] Proclamazione della repubblica dei consigli in Ungheria (Béla Kun).

(31 marzo) Inizio dello sciopero generale nella Ruhr.

(7 aprile) Prima repubblica dei consigli di Baviera.

(8 aprile) La Centrale si rifugia a Lipsia.

(8-14 aprile) II congresso dei Consigli a Berlino.

(13 aprile) Seconda repubblica dei consigli di Baviera, diretta dai comunisti.

(1 maggio) Occupazione di Monaco da parte dei corpi franchi; repressione generalizzata.

(11 maggio) I corpi franchi occupano Lipsia. La Centrale lascia Lipsia per Berlino.

(20 maggio) Dimissioni di Scheidemann.

(28 maggio) Fine dello sciopero generale nella Ruhr.

(20 giugno) Inizio dello sciopero dei ferrovieri.

(22 giugno) L'Assemblea nazionale ratifica il trattato di Versailles.

(giugno) Governo Bauer di coalizione

(30 giugno) X Congresso dell'Adgb.

(3 luglio) Fine dello sciopero dei ferrovieri.

[1 agosto] Repressione della repubblica ungherese dei consigli.

(16-17 agosto) Conferenza di Francoforte sul Meno della Kpd(s); inizio del conflitto tra Levi e l'estrema sinistra.

(9-10 settembre) Conferenza di Jena della Uspd.

(ottobre) L'opposizione di sinistra con Dissmann alla testa del sindacato dei metallurgici.

(20-24 ottobre) II Congresso, detto di "Heidelberg", della Kpd(s). Levi ottiene l'esclusione dell'estrema sinistra.

(30/11-6/12) Congresso Uspd a Lipsia; spinta a sinistra.

(5 dicembre) Liberazione di Radek.

(12 dicembre) Riapparizione della "Rote Fahne".

1920

(13 gennaio) Manifestazione davanti al Reichstag a favore dei Consigli. La polizia spara con le mitragliatrici contro i manifestanti: 42 morti.

(25-26 febbraio) III congresso della Kpd(s) a Karlsruhe.

(13 marzo) Putsch di Kapp.

(13 marzo) La Centrale della Kpd(s) rifiuta di difendere il governo.

(14 marzo) Inizio dello sciopero generale.

(17 marzo) Fuga di Kapp. Legien domanda un governo dei partiti e sindacati operai.

(22 marzo) Fine dello sciopero generale.

(3 aprile) Offensiva della Reichswehr nella Ruhr.

(4-5 aprile) Conferenza organizzativa dell'opposizione a Berlino (rappresentanti di 38.000 iscritti alla Kpd); fondazione della Kapd (Partito comunista operaio tedesco), con l'opposizione del solo Ruhle e dei Comunisti internazionalisti di Brema. Il nuovo partito risulta dall'incontro di quattro gruppi-tendenze: Amburgo Wolffheim-Laufenberg); Brema (già sede dei Comunisti internazionalisti e centro dell'opposizione non scissionista di Ruhle); Berlino con Gorter (futuro teorico riconosciuto della Kapd), e Schroder (futuro capo politico).

(14-15 aprile) IV congresso della Kpd(s) a Berlino.

(agosto) II Congresso della Kapd (programmatico).

(12-17 ottobre) Il congresso di Halle dell'Uspd accetta le 21 condizioni di ammissione all'Ic.

(30-31 ottobre) Il Cc del Kapd espelle Otto Ruhle. Ciò comporta una scissione nelle Aau (Unione generale dei lavoratori), dalla quale sorge la Aau-E (unitaria, nel senso di unificazione tra organizzazione economica e politica del proletariato).

(1-3 novembre) V congresso della Kpd(s) divenuta Kpd (sezione dell'Ic).

(28 novembre) La Kapd ammessa come "partito simpatizzante" nell'Ic.

(4-7 dicembre) Congresso di fusione tra la destra del Kpd e la sinistra Uspd (400.000 iscritti): nascita della Vkpd (Partito comunista unificato di Germania), sezione tedesca dell'Ic. Levi e Daumig presidenti.

(24 dicembre) Protesta di Levi contro l'ammissione della Kapd come "partito simpatizzante" dell'Ic.

1921

(7 gennaio) Lettera aperta della Vkpd alle altre organizzazioni operaie.

(21 gennaio) Primo incidente tra Levi e Radek.

(22 febbraio) Dimissioni di Levi e di Daumig. Brandler presidente della Vkpd. Béla Kun a Berlino.

(26 febbraio) I sindacati formulano 10 rivendicazioni.

(15 marzo) Tumulti nella Germania centrale come reazione alla legge sulla resa delle armi che gli operai avevano tenuto dalla guerra e dalla rivoluzione del 1918-19. La Vkpd lancia un appello col quale invita gli operai a rovesciare con la forza il governo. La Kapd organizza le prime azioni armate. I due partiti si lanciano nella lotta in comune, con le stesse parole d'ordine.

(16-17 marzo) Offensiva di Horsing nella Germania centrale, mediante gli "Schupos", polizia di sicurezza anti-operaia.

(16-17 marzo) Il Cc della Vkpd decide la "galvanizzazione" del partito, e programma un'azione difensiva contro Horsing.

(18 marzo) Appello alle armi della Vkpd.

(19 marzo) Entrata della polizia nella regione di Mansfeld.

(21 marzo) Max Holz (vicino alla Kapd) comincia la guerriglia urbana.

(19-20 marzo) La direzione unificata Vkpd-Kapd chiama allo sciopero generale, dopo però che la polizia era già intervenuta pesantemente nella zona di Mansfeld il giorno prima.

(21 marzo) Attentato a Berlino alla Colonna della Vittoria da parte dei reparti di combattimento del Vkpd-Kapd, che iniziano anche gli assalti ai tribunali e alle prefetture a Falkenstain, Dresda, Freisberg, Lipsia, Plannen, ecc. Nella regione di Halle lo sciopero generale è compatto, e vi prendono parte anche gli impiegati dei servizi. La gran parte del proletariato urbano tuttavia non si muove, a parte che nelle zone calde della Ruhr, di Berlino e Amburgo.

(22 marzo) Le formazioni armate di Holz giungono nella zona di Leuna (sono costituite di 2.500 elementi delle miniere di Mansfeld). Plattner con un'altra formazione vi operava già da qualche giorno. Questi furono i veri dirigenti dell'Azione di Marzo: la direzione Vkpd-Kapd non ebbe alcuna reale influenza sugli avvenimenti. (v. Rutigliano, p. 51 e ss).

(27 marzo) Lettera di Levi a Lenin.

(29 marzo) Assassinio di Sult

(30 marzo) Fine dell'azione.

(8 aprile) Tesi sull'azione di marzo e formulazione della "teoria dell'offensiva".

(12 aprile) Levi pubblica Unser Weg

(15 aprile) Levi viene escluso dal Vkpd. In estate organizza al Reichstag la Kag (Collettivo comunista di lavoro) coi deputati Ernst Däumig, Marie Mackwitz e Adolf Hoffmann.

(6 giugno) condanna di Brandler.

(3-4 agosto) Il Cc del Vkpd incontra difficoltà ad adottare il compromesso di Mosca.

(22-26 agosto) Il VII congresso della Vkpd a Jena. Meyer e Friesland alla testa del partito.

(26 agosto) Assassinio di Enzberger.

(settembre-ottobre) Sviluppo della sinistra berlinese. Friesland si sposta verso Levi

(22 ottobre) Ingresso dei socialdemocratici nel governo Wirth.

(20 novembre) I conferenza della Kag di Levi.

(25 novembre) Inizio delle rivelazioni del "Vorwarts" sull'azione di marzo.

(20 dicembre) Friesland, rimosso dalle sue funzioni, lancia un appello ai membri del partito.

1922

(22 gennaio) Espulsione di Friesland.

(1-7 febbraio) Sciopero dei ferrovieri.

(22 febbraio) La Kag si unisce all'Uspd.

(22 marzo) Inizia lo sciopero dei metallurgici.

(4 giugno) Fine dello sciopero dei metallurgici

(19-24 giugno) Congresso Adgb a Lipsia.

(24 giugno) Assassinio di Rathenau.

(27 giugno) Accordi di Berlino tra organizzazioni operaie.

(8 luglio) La Kpd esclusa dal fronte unico.

(18 luglio) Legge sulla difesa della Repubblica.

(24 settembre) Riunificazione Spd-Uspd.

(21 novembre) Governo Cuno senza i socialdemocratici.

(24/11 - 6/12) Scioperi nel Palatinato.

1923

(11 gennaio) Occupazione della Ruhr da parte delle truppe franco-belghe; inizio della resistenza passiva: manifestazioni, scioperi, sabotaggi.

(28 gennaio - 1 febbraio) VIII congresso della Kpd a Lipsia; acuto conflitto tra la sinistra e la nuova direzione, soprattutto Brandler.

(21 marzo) Governo socialista di Zeigner in Sassonia con l'appoggio comunista.

(26 marzo) Violento scontro di tendenze al congresso regionale di Essen.

(12 luglio) Appello della Centrale del partito. Viene decisa per il 29 una manifestazione anti-fascista. Proibizione della manifestazione in parecchi stati.

(26 luglio) Radek consiglia alla Centrale di rinunciare alla manifestazione.

(9 agosto) Inizio dello sciopero generale contro Cuno.

(11 agosto) Dimissioni di Cuno.

(12 agosto) Governo Stresemann coi socialdemocratici.

(15 agosto) Zinoviev redige le tesi sulla rivoluzione tedesca.

(23 agosto) L'ufficio politico del Pcr invita l'Esecutivo dell'Ic a preparare l'insurrezione in Germania.

(28 agosto) La Centrale designa un comitato militare per l'insurrezione.

(21 settembre - 4 ottobre) Conferenza preparatoria in vista dell'insurrezione tedesca.

(26 settembre) Fine della resistenza passiva. Stato d'assedio. Secessione in Baviera.
(1 ottobre) Fallito putsch della Reichswehr nera. Telegramma di Zinoviev per l'ingresso dei comunisti nel governo Zeigner in Sassonia.

(1-6 ottobre) Rimpasto a destra del governo Stresemann.

(8 ottobre) Ritorno di Brandler.

(10 ottobre) Brandler, Bottcher, Heckert nel governo Zeigner.

(13 ottobre) Stresemann ottiene i pieni poteri. Governo operaio in Turingia. Congresso delle centurie in Sassonia.

(16 ottobre) Discorso di Bottcher per l'armamento del proletariato.

(17 ottobre) Ultimatum del generale Muller.

(19 ottobre) Il governo decide di intervenire contro la Sassonia

(20 ottobre) Ultimi preparativi insurrezionali da parte del Reukom.

(21 ottobre) Conferenza di Chemnitz: i socialdemocratici di sinistra rifiutano l'appello allo sciopero generale. La Centrale decide di rinunciare all'insurrezione.

(22 ottobre) Pjatakov e Radek approvano la decisione di ritirarsi.

(23-24 ottobre) Insurrezione di Amburgo.

(29 ottobre) Destituzione di Zeigner. La Reichswehr allontana con la forza i ministri sassoni.

(3-4 novembre) Il Cc adotta le tesi di Brandler.

(4 novembre) Lettera dell'Esecutivo (Ic) alla Centrale.

(8-9 novembre) Putsch fallito a Monaco.

(30 novembre) Governo Marx, senza i socialdemocratici.

1924

(gennaio) Costituzione della tendenza di "centro" (Brandler isolato).

(11 gennaio) Prima riunione del Presidium dell'Ic sulla questione tedesca.

(19-21 gennaio) Risoluzione del presidium sulla Germania che condanna gli errori di Radek e Brandler.

(19 febbraio) Brandler sostituito da Remmele.

(7-10 aprile) IX Congresso della Kpd a Francoforte sul Meno. La sinistra assume la direzione.

(ottobre) Trotzski riesamina il fallimento del 1923 nelle "Lezioni di Ottobre".

(dicembre) Stalin sostiene la tesi della "costruzione del socialismo in un solo paese".

Bibliografia
Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino, 1977.
D.Authier –J.Barrot. La sinistra comunista in Germania, La Salamandra, Milano 1981 [Paris 1976], pp.216.
Paul Frölich, Guerra e politica in Germania (1914-1918), Pantarei, Milano 1995.
Paul Frölich, Rudolf Lindau, Albert Schreiner, Jakob Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania (1918-1920). Dalla fondazione del Partito comunista al putsch di Kapp, Pantarei, Milano, 2001.
Paul Frölich, Rosa Luxemburg, La Nuova Italia, Firenze, 1969.
Arthur Rosenberg, Origini della Repubblica di Weimar, Sansoni, Firenze, 1972.
Gilbert Badia, Lo Spartachismo, Savelli, Roma, 1976.
Max Hölz, Un ribelle nella rivoluzione tedesca 1918-1921, Introduzione di Bruno Bongiovanni, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001.
Enzo Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in occidente. Per una storia della Kapd, Dedalo Libri, 1974, pp.281.
Ossip K.Flechteim, Il partito comunista tedesco (Kpd) nel periodo della repubblica di Weimar, Jaca Book, Milano, 1970.

Sigle (in tedesco, con esplicazione in italiano)
Aau(d) - Unione generale dei lavoratori (di Germania)
Aau-E - (idem, Organizzazione unitaria)
Adgb - l'organizzazione sindacale a direzione Spd
Bo - Organizzazione di fabbrica
Faud - Unione libera lavoratori di Germania
Ikd - comunisti internazionalisti di Germania
Kapd - Partito comunista operaio di Germania
Kag - Collettivo comunista di lavoro
Kai - Internazionale comunista operaia
Kaud - Unione comunista operaia
Kpd(S) - Partito comunista di Germania (Lega Spartaco)
Spd - Partito socialdemocratico di Germania
Uspd - Partito socialdemocratico indipendente di Germania
Vkpd - Partito comunista unificato di Germania

(tratto dal blog "L'internazionale", http://comintern.splinder.com/post/7936422#more-7936422)